31 agosto: studiare greco è stato riappropriarmi della mia identità

Il 31 agosto di tre anni fa esatti entrai nella mia scuola, in quella che non sapevo sarebbe stata la mia aula per l’anno successivo. Sotto il braccio avevo un vecchissimo vocabolario di greco preso in prestito da un vicino di casa, nello zaino appunti sparsi di grammatica, un libro e un eserciziario; roba che nei precedenti tre mesi era sempre stata con me, in un modo o nell’altro.


Mi ero iscritta due anni prima al liceo scientifico, sebbene nessuna delle mie reali ambizioni future comprendesse anche solo minimamente la conoscenza di discipline scientifiche, guidata dalla morale- che mi era stata insegnata- del “troverò più lavoro”. Il mantra del “tirerò a campare, in qualche modo”. In poche parole, “almeno sopravvivrò”.

Quella parola, “sopravvivere”, era diventata la spaventosa condizione del salto nel vuoto liceale che caratterizza il passaggio, tra l’altro al liceo sbagliato: mi diplomerò con un voto decente, andrò ad una facoltà che non mi dispiacerà, troverò lavoro, magari farò una famiglia e “tirerò a campare” finché non muoio. Una prospettiva deprimente per una ragazzina di 14 anni, al punto che questa ragazzina aveva scritto dietro il suo quaderno di fisica “se la vita è questa, non voglio nemmeno arrivarci ai 18”.


Io al liceo scientifico andavo bene, anzi, benissimo. Il primo anno raggiunsi la media più alta del biennio. Mi ero innamorata del latino, ma me la cavavo in matematica, ed allora perseveravo lì, dicendomi “è molto più utile”. Magari dopo avrei potuto iscrivermi ad ingegneria. Se poi proprio fosse andata male, avrei ripiegato su lettere moderne. Viceversa sarebbe stato difficile.


 

Nel maggio del 2018, mia cugina mi regalò la sua grammatica greca. Pensai che l’avrei sfogliata, mi sarei informata, avrei studiato, perché tanto avevo un’estate davanti prima che iniziasse il terzo anno e dovevo pur trovarmi un hobby. E il greco mi aveva sempre incuriosita, da quando l’estate precedente avevo letto la Medea di Euripide.


Bastarono due giorni per farmi prendere la scelta che, dentro di me, sapevo che avrei voluto fare dal primo istante. Non avrei proseguito il triennio scientifico; avrei provato l’esame per il passaggio al classico quel 31 agosto del 2018.

Il greco non mi ha affascinata, incuriosita, rapita, né mi ha fatto innamorare: di più. Il greco mi ha fatto capire che se esiste per ciascuno di noi al mondo una disciplina da studiare, allora quella lingua antica era la mia. Se esisteva davvero una mia strada, una strada che andasse oltre la semplice “sopravvivenza”, io ero convinta che il primo passo fosse proprio quel libro di grammatica.

Ho capito che la vita è troppo maledettamente breve per “tirare a campare”, e da quel momento decisi che anche avessi tentato dieci volte, ci avessi messo trent’anni, io mi sarei iscritta a lettere classiche. A prescindere dal “trovare lavoro”. Ero troppo giovane per rimanere senza sogni, ed io avevo deciso che quegli stessi sogni diventassero obiettivi.


Sono passati tre anni dal mio esame di greco.

Tre anni da quando ho capito che la vita non è solo adattarsi mentre il tempo scorre.

Da quando credevo di aver fatto il danno, di aver saltato nella “sopravvivenza”, consapevole di non poter tornare indietro.

Ma si può sempre voltare pagina. Ed andare avanti.

Per festeggiare, oggi, infatti, mi iscrivo all’università.

Inutile che dica quale facoltà ho scelto.

17 giugno 2021, il giorno in cui mi sono diplomata. Al liceo classico.

“Ogni volta che scegli, tu scegli il tipo di schiavo che non sarai”.


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