Abbiamo davvero bisogno di un “processo a Medea”?

Analisi più o meno critica pre-interrogazione di greco. La storia di Medea, raccontata da Euripide, Apollonio Rodio, Seneca, e tanti altri grandi della letteratura anche contemporanea, è una delle più affascinanti del panorama della letteratura classica. Medea, dopo aver tradito la sua patria per aiutare l’amato Giasone a conquistare il Vello d’Oro, aver lasciato il suo paese per viaggiare verso un altro dove tutti la definivano straniera, barbara, strega, dopo aver ucciso il fratello solo per amore del suo sposo, viene abbandonata per un’altra donna.

”Che bastardo, questo Giasone”, pensiamo tutti. E abbiamo ragione.

Poi, però, Medea si vendica ed uccide i figli nati dalla loro unione. E allora non sappiamo più che pensare.

Tante scuole hanno provato ad istituire un vero e proprio ”processo a Medea”, a schierarsi contro o a suo favore... ma la vera domanda è: ne abbiamo davvero bisogno?

Dalle Argonautiche di Apollonio Rodio.

 

Ma quindi, alla fine dei conti, Medea è un personaggio positivo o negativo? È una donna portata all’estremo dai suoi sentimenti, o un’imperdonabile assassina?

Potremmo stare ore a dibattere sulla moralità di questo personaggio senza arrivare ad una risposta completa.

Il teatro di Euripide è il teatro della problematizzazione, del quesito, è un’opera che scava nell’anima dell’uomo alla ricerca razionale delle “risposte”; eppure, non le trova.

Analizziamo la trama e poniamo la storia di Medea in questo senso: una donna che, lasciata dal marito per un’altra, uccide sia quest’ultima che i suoi stessi figli per vendetta.

Costruendo una risposta logico-morale ci verrebbe subito da pensare “Medea ha sbagliato, poiché per nessun motivo si dovrebbe arrivare ad uccidere un’altra persona, soprattutto i propri figli”. Insomma, nessuno proverebbe mai compassione per un personaggio del genere.


Ma se invece raccontassimo la storia di Medea come la storia di una donna spinta ad un’azione estrema in quanto lacerata dalle sue emozioni, abbandonata dal marito per cui aveva fatto di tutto e mossa da istinti contrastanti di vendetta e pentimento, ci accorgeremmo che il punto di vista cambia.

L’influenza dell’Illuminismo Sofistico, la corrente di pensiero che privilegiava l’uso della parola, del λόγος, del ragionamento, è evidente in tutte le opere del tragediografo greco: la razionalità porta l’uomo a porsi delle domande, a considerarlo “misura di tutte le cose”, a relativizzarlo e ad inserirlo nel contesto in cui si ritrova, ponendosi nei suoi panni prima di giungere a giudizio. Ed è così che Medea, un’infanticida che ad oggi giudicheremmo come un mostro senza nemmeno pensarci, diventa un personaggio per cui proviamo simpatia, quasi compassione, comprendendo i motivi della sua azione e chiedendoci: “Ma allora possiamo giustificarla?”

Però, ogni volta che proviamo ad inquadrare razionalmente questa figura incappiamo in un limite: l’irrazionalità. Tendiamo a schierarci o a non schierarci dalla parte della donna per motivi che vanno al di là di qualsiasi spiegazione logica.

Ed è proprio grazie all’irrazionalità, indirettamente portata in rilievo come motivo portante dell’opera, che Medea trasforma i suoi sentimenti in una furia omicida, dando vita alla tragedia.

Il personaggio di Medea, infatti, era storicamente malvisto, in quanto strega, assassina e senza scrupoli. Bisogna considerare un ulteriore fattore: la versione allora conosciuta del mito non comprendeva l’infanticidio. I figli di Medea morivano non per sua mano, ma uccisi dai Corinzi.

Non è un caso che Euripide scelga di far culminare la sua opera nell’infanticidio, cambiando un finale che prevedeva la sola morte di Glauce e di Creonte dalle mani della figlia di Eeta. La maggiore drammaticità è l’espediente che ci porta di fronte al dubbio, dimostrandoci praticamente come il limite della razionalità non considerato dall’Illuminismo Sofistico sia l’incontro con la passione umana, con l’irrazionale.

Versi finali della tragedia “Medea” di Euripide.

In sintesi, la domanda che dovremmo porci non è se Medea sia o meno un personaggio- per così dire- “positivo”.

La bellezza di questa tragedia sta nel fatto che dovremmo piuttosto chiederci: “In che modo riusciamo a provare simpatia per un’assassina? Come mai oggi, più di 2000 anni dopo la messa in scena di Medea, non siamo ancora riusciti a trovare una risposta?”

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