EGOGRAFIA: il progetto di fotografia intimista di Marco Vallefuoco (di Valeria Marchese)

Una luce calda e un gioco d’ombre fanno da sfondo al suo autoritratto preferito, dietro lo sguardo assorto, celato dall’obiettivo di una fotocamera, si nasconde una personalità sincera della fotografia campana.

Marco Vallefuoco ha 25 anni e una passione per la fotografia nata in un paese dell'agro aversano, Trentola Ducenta. Vallefuoco si laurea con 110 e lode in Fotografia e cinema all’ABANA, per poi completare la sua formazione a Spazio LaBò, a Bologna, concentrandosi sulla fotografia ritrattistica. Attualmente lavora come fotografo pubblicitario, ma il suo spiccato senso artistico caratterizza i suoi lavori, visionabili sul suo profilo Behance.

In questa intervista al giovane artista del territorio, lasciamo da parte meriti e riconoscimenti: ci soffermiamo sull’aspetto umano e interiore della fotografia, e soprattutto su ciò che essa può trasmetterci.



Primo amore: è stata la macchina fotografica o è

figlia di una passione precedente?


«La fotografia è stata l'evoluzione della passione per il cinema ereditata da mio padre; ci vado da quando sono bambino ed è un’arte che mi ipnotizza, tutt’ora sono un frequentatore molto assiduo.

Ho iniziato a scattare nel modo più semplice e diffuso al giorno d’oggi, cioè con un cellulare. L’anno prossimo festeggio il mio primo decennio accompagnato dalla reflex, che ho iniziato ad usare all’età di quindici anni.»


Parlando di cinema...film preferito?


«Non ho un film preferito in assoluto, anche se ce ne sono molti che si contendono il posto».


Allora un genere?


«Così, su due piedi direi sicuramente il fantascientifico, il thriller e il drammatico. Sono quelli che guardo più volentieri».


Riconosci nel tuo stile fotografico i toni dei diversi film che ti hanno ispirato?


«Sì, moltissimi film. Il primo che mi viene in mente è I sogni segreti di Walter Mitty, uscito nove anni fa. È stato un film decisivo per me, perché mi ha convinto a diventare fotografo e mi ha fatto innamorare dell’Islanda. Mitty all’interno di questo film crea un connubio perfetto tra fotografia, viaggio e il concetto di riscoperta di sé.

Tra i film che mi hanno ispirato per la composizione e l’illuminazione annovero sicuramente quelli di Terrence Malick, Refn e i lavori di Roger Deakins, Lubezki. A Nolan invece devo molto per quanto riguarda la tematica del tempo».


Hai dei temi concettuali ricorrenti nei tuoi lavori?


«Sì. Del progetto che sto portando avanti , Egografia (nato nel 2017), sicuramente il tema centrale è quello della ricerca interiore, di una fotografia intimista.

Egografia è un progetto in continua evoluzione che affronta il tema della domesticità e della casa analizzato in chiave surrealista; l’obiettivo è quello di riscoprire aspetti banali e quotidiani della vita coprendoli con un alone di surrealismo.

Esiste anche un vero e proprio filo conduttore tra i vari scatti: ogni ritratto rappresenta il soggetto, e io cerco di rappresentare i soggetti attraverso me stesso».



Egografia è sempre stato strutturato così?


«No. All’inizio, nel 2017, mi servivo per la realizzazione degli shooting di idee proposte da altre persone, che potevano riguardare la manifestazione di stati d'animo o emozioni. Queste idee concettuali venivano rappresentate attraverso me come soggetto.

Adesso mi sono tramutato in una sorta di filtro attraverso cui passano le persone: loro si raccontano durante una chiacchierata conoscitiva, io raccolgo delle informazioni e dei concetti chiave che poi utilizzo come ispirazione. Cerco di rappresentare questi snodi tematici mediante oggetti quotidiani che trovo nella stanza della casa scelta di soggetti».


Cosa rappresenta per te il progetto?


«Funge quasi da esercizio: alleno l’empatia e la lettura delle altre persone. Saper rappresentare qualcuno che non conosci e con cui hai scambiato poche parole è molto più complesso di quanto sembri. Per il momento sta andando bene».



Qual è la fotografia che ami di più?


«La più recente è l’autoritratto a Bologna che ho fatto l’ultima giornata di master; attualmente funge da copertina di Egografia».


Cosa rappresenta per te?


«In genere lascio colmare spesso lo spazio tra il pubblico e l’opera unicamente a chi la guarda. Comunque sono legato a questa fotografia perché è l’esatta sintesi del mio soggiorno a Bologna: solitario, molto cupo, avendoci vissuto prevalentemente di inverno. Il concetto di solitudine è centrale anche nella camera in cui ho scattato, che ha fatto da sfondo di tantissime emozioni».


La fotografia che ti piace di meno invece?


«Può sembrar strano da affermare, ma non ne ho una. Se non mi piace qualcosa semplicemente non la scatto. Ovviamente dipende sempre da come intendi il verbo non piacere: se non mi smuove un concetto o un’idea, preferisco direttamente non scattare.

Questo perché in realtà, se ci pensi, noi adoperiamo sempre una continua selezione, a partire dal nostro sguardo, che rappresenta una finestra sempre limitata, per quanto ampia.

Io già seleziono costantemente quello che guardo e quello che scatto, ciò ovviamente non vuol dire che non mi dedico a cose “brutte” o poco interessanti, anche perché è una definizione estremamente soggettiva».


Nel tuo futuro che ruolo ha la fotografia?


«Attualmente miro a rendere la fotografia artistica la mia principale fonte di guadagno. Anche se non ho mai smesso di produrre artisticamente, per il momento sono molto più avanti nel settore pubblicitario e grafico della fotografia, che è principalmente quello che mi permette di guadagnare».


Al pari con altre arti, hai mai pensato di creare una connessione tra le tue fotografie e dipinti o componimenti di altri autori?


«Sì, io ho sempre pensato alla multimedialità. Spesso ho pensato di realizzare mostre in cui fotografia e musica si intrecciano, anche grazie all’utilizzo di moderni strumenti di tecnologia. Le mostre sono sempre più digitalizzate e coinvolgere lo spettatore deve essere il pieno obiettivo di un allestitore».


Se incontrassi te stesso all’inizio del tuo percorso, cosa gli diresti?


«Bella domanda. Guarda, gli direi di continuare per la sua strada, non mi pento nulla e non ho desiderio di cambiare qualcosa del mio passato. Sicuramente è complesso sopravvivere alla mentalità ristretta del Sud Italia, dove il fotografo artista non è riconosciuto come figura, ma questo tipo di pregiudizi non mi hanno mai bloccato nel raggiungimento dei miei obiettivi. Inoltre, ho anche avuto una famiglia molto supportiva.


Progetti in corso?


«Sicuramente ho intenzione di portare avanti dei progetti editoriali per riviste, affiancato al mio lato artistico. E’ tutto un grande processo in divenire».


Secondo te la fotografia è un percorso individuale, un rapporto a due o un tumultuoso progetto di gruppo? Chi sono i partecipanti?


«Guarda, io vedo la fotografia come un mezzo. A livello di tecnica, la foto è uno strumento e non un rapporto con altre persone; sono io che cerco di esprimere quello che vedo coi miei occhi attraverso essa. È un istinto che talvolta fuoriesce come fotografia, altre come disegno».



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