Ho una malattia, è la poesia - in collaborazione con Anna D'Auria

TRIGGER WARNING: depressione, salute mentale.

 

La droga del panico


"Perché tremi, anima mia?"

"Sono stanca di soffrire."

Questo dialogo interiore era colonna sonora delle mie notti tormentate e logoranti.

I miei occhi sbarrati guardavano il soffitto, una finestra bianca sull'oscurità dei miei pensieri.

Dolori trafiggevano, come lame, il mio petto.

Il mio respiro affannoso in un corpo senza riposo e senza sonno.

Vacillavo inerme da una stanza all'altra alla ricerca di pace,

tra le braccia di una madre ormai rassegnata e impotente di fronte a quella sofferenza irrisolvibile, tra le mie braccia che cingevano le spalle cercando di proteggersi.

Nulla sembrava darmi calore e riparo.

Cadevo sola e stanca nel baratro del mio inferno. La droga del panico era più potente di quelle sintetiche e provocava un'assuefazione tale tanto da sembrare in punto di morte sempre.

E tra uno stato confusionale e l'altro, mi ritrovavo accecata da un neon d'ospedale e con lo stetoscopio freddo sul cuore.

Le gocce verdi sembravano farmi cadere nel sonno che mi mancava ma in realtà era uno stato soporifero, un riposo forzato, non naturale, privo di senso.

E il giorno dopo ricominciava tutto il ciclo d'abitudini insensate messo in questo loop senza fine, in un tunnel senza luce.

"Perché ti sei ridotta così?"

"Perché tutto mi va male. Non va bene nè a scuola, nè in amore"

La mia testa mi suggeriva un cambiamento e io lo scacciavo perché non riuscivo a metterlo in atto.

E fu così che nel mese di settembre mi ritrovai sola, abbandonata da tutto e tutti.

L'unico amico rimasto era l'elenco di psicofarmaci del dottore dai baffi bianchi, tutto d'un pezzo e curatore dei nervi.

Mi ritrovavo a potermi nutrire solo con l'ausilio di un ansiolitico e di un digestivo perché avevo la gola spappolata dall'ennesima bravata.

Una sera come un'altra ho bevuto all'impazzata.

Per velare i problemi, per ovattare la testa e la bocca.

E mi ritrovai così in preda al sangue di vene recise, curate da altre medicine.

La sera mi ritrovavo, gonfia come un pallone, a letto in balia di altre gocce dal colore strano. Blu, per la precisione.

E trascosi un periodo lungo in casa accompagnata dagli egregi signori Prozac e Prazene.

La dose di felicità e serotonina a portata di siringa e il toccasana per il sonno.

Continuammo questa corrispondenza d'amorosi sensi per sette lunghi mesi e poi ci lasciammo fortunatamente.

Non avevamo più bisogno l'uno dell'altra.

Avevo imparato ad apprezzare sia i tramonti che le albe della mia vita. E, pian piano, avevo capito che tutto ciò che ritenevo estremamente importante non lo era per niente. Timidamente, mi sono preparata a questa vita e, ora come ora, mi sembra di esserci riuscita.

-

Anna D'Auria


 

La depressione è l’amica con cui, un giorno, dal nulla, ti ritrovi a giocare. Quella che insiste nel farti fare la conta, si nasconde dietro gli abissi della tua esistenza, e poi finisce per scappare, correre più veloce, urlare tana, salvi tutti, ma poi in realtà è salva solo lei.


Copertina di Marco D’Alessandro. Racconto “Barare”.

La depressione è l’amica che non si lascia raccontare. Ogni volta che la incontri è un po’ diversa, ha una nuova storia, un nuovo punto di partenza, un arrivo mai incontrato. Potrebbe essere la miglior fonte di parole, ma sceglie di patirne il risucchio. È tutto e niente allo stesso tempo.


Anna si chiama Anna, ma potrebbe chiamarsi Michela, o Giovanna. Perfino Irene. E queste sono le parole che è riuscita a rubare all’abisso, dimostrando, forse senza saperlo, di aver vinto.


 

Ode alla distruzione

(a me stessa, per una volta)


Presuntuosa

Non sei stata tu

A schiacciarmi

A tradirmi

A deludermi


Non prenderti il merito

Di avermi prosciugata

Non sei madre

Del vuoto che mi mangia

Dentro

Di cui non avverto

Il dolore dei morsi

La tristezza della mia fine


Non hai preso il mio corpo

Rendendomi fantasma meccanico

Pensiero volatile

Poggiato nei meandri del tuo spirito


Sono stata io a farlo

Io, che a te ho dedicato

Ogni mio pensiero

Fino a rimanerne priva


Io, che forse credevo

Di poter distendere

Ogni mia emozione su di te

Fino a che non le hai prese tutte

E te ne sei andata


Ma non mi hai ancora

Del tutto, e te lo dimostrano

Le lacrime che sgorgano

Insieme a queste parole


Perché all’unico pezzo che mi hai lasciato,

Come premio di consolazione

Per essere arrivata seconda dopo te

Nella corsa al più folle sciocco,

Mancano le altre tessere del puzzle

Quasi quanto colei che le tiene nei vestiti


Irene Mascia


 

Perché non sempre le storie d’amore con se stesse finiscono bene, ma non per questo significa che siano destinate a non durare.



E non importa quanta strada si percorre insieme, prima o poi lei se ne va.


 

“Quando hai una meta, anche il deserto diventa strada.”

(Proverbio tibetano)

E. P.


”Non può piovere in eterno”.

A. S.


Adda’ passa’ a nuttat’.”

”Tu sei molto più di ciò che gli altri vogliono farti credere tu sia.”

”Hai superato tanti ostacoli, puoi farcela ancora.”

A. C.


“A volte rifletto su quanto siamo fortunati a vivere su questo bel pianeta: ci offre di tutto essendo suoi figli. Per la motivazione, ricordo il sorriso di una persona che ha affrontato difficoltà enormi, ma sempre sorridendo e non lasciandosi incrinare.”

F. M.


“Non demoralizziamoci per il semplice fatto che non sappiamo come andrà il futuro, anche perché se non vivi il presente, il futuro non lo scoprirai mai.”

C. V.


Cerco sempre di attaccarmi alle piccole cose della vita quando penso sia troppo difficile sostenerla.“

V. O.


“Così tanti giorni al buio, ho iniziato a vedere al buio.

Ho combattuto la mia strada per tornare alla luce, il mio spirito è sempre stato troppo forte per arrendersi.

MAI MOLLARE !”

A. B.


 

Cara Anna, cara Michela, Giovanna o qualsiasi modo vorrai che ti chiami. La strada è lunga e forse ora non sembra aver senso continuare. Ma al suo termine tutto ti sarà chiaro. Al suo termine vedrai le stelle e le luci e ti sembrerà di vedere i colori per la prima volta. Ricordati, fallo sempre: non smettere mai di rubare alla tua vita quelle piccole cose che ti hanno resa felice. Non smettere mai di scrivere.

Finché c’è poesia, c’è speranza.



 

Oltre la ringhiera a far capolino

C’è una sorta di trampolino

A quanto pare però lo vedo solo io

Basta soltanto fare un grande salto

E negli istanti dopo

Quello che è solo cemento

Diventa un cassonetto

Con resti e scarti

Di tutto ciò che ero io per gli altri


Mi domando se di resistere valga la pena

Mi guardo e per me esistere è ormai una pena

Allora occhi al cielo, mi faccio un segno di croce

Apro le braccia e mi tuffo urlando senza voce

Per cercare di uscire di scena senza far rumore

Per andare via senza lasciare altro dolore


Scendo in picchiata nel vuoto

Alla mia vita dovrei dare un voto

Credo che il numero più azzeccato

Sia un bel zero spaccato

Spaccato come me tra poco sull’asfalto

E rivedo tutta la mia vita in pochi istanti

Come una vecchia cassetta mandata in avanti

Che per l’alta velocità va a scatti

E ripenso a tutto

Ai sogni malriposti nei cassetti

Alle attese rivelati infiniti momenti

Alle speranze malriposte negli affetti

Ai programmi rivelati fallimenti


Tutta la mia vita è racchiusa qui

In un salto nel vuoto

E poi solo il vuoto

E ora solo

E tra poco

Morto


Non voglio puntare il dito anzi chiedo perdono

Dopotutto non saprei nemmeno a chi di loro

È solo che più vedo avvicinarmi al suolo

Più non vorrei mai aver spiccato questo volo

Inizio a muovere le braccia come fossero ali

A piangere e ad urlare che qualcuno mi salvi

Sgrano gli occhi e sono ancora sul trampolino, al bordo

C’è qualcuno con me che ha deciso di non lasciarmi solo

Che con tutta la sua forza mi sta tenendo per il collo

Se la vita sia bella non lo so, ma c’è chi vale oro

Devo resistere, se non per me devo farlo almeno per loro


(poesia dal web, firmata Francesco Grottola)




 

Ultima poesia d’amore


Grazie per aver provato

A portare via tutti i pezzi

Di me


Le righe bianche sorreggono

parole che non mi tengo più

dentro

I miei polsi raccontano storie

Di libri che nessun altro polso

Riuscirebbe mai a reggere


Carezzo la pelle e tiro

Un sospiro di sollievo

Non sei riuscita a portarmi via

Neppure quella


Irene Mascia



 

“La droga del panico” interpretato dall’autrice.


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