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In vino, veritas?

Ciao a tutt* :)


Questo è il quattordicesimo articolo scritto per la rubrica “Tempesta del Pensiero”, all’interno del blog Momenti DiVersi.

Il numero di questo mese è dedicato ad una sostanza che oggigiorno è sempre più protagonista dei fatti di cronaca inerenti al deterioramento della salute, se non addirittura alla morte di tante persone, soprattutto di giovane età: sto parlando

dell'alcol.

Festività, non festività, weekend, non weekend, apericena, non apericena, l’alcol è sempre presente, perché non c’è occasione che non sia buona per bere un drink. L’usanza di bere alcolici per socializzare è radicata nel passato, perché anche nei secoli scorsi le persone si riunivano intorno a calici o boccali per discutere di questioni d’attualità, per spettegolare, per divertirsi, per concedersi un momento di estraniamento dalla realtà… e ogni esperienza si può inserire in quella scala di grigi che sta tra il bere soltanto un goccio, all’interno di un contesto genuino; e l’ubriacarsi, vuoi accidentalmente perché ci si accompagna a persone balorde che istigano a bere molto, vuoi per cercare di inibire sensazioni negative di disagio e frustrazione, fino a sfociare nel coma etilico.


Per definizione, una bevanda alcolica è una qualsiasi bevanda che contiene alcol etilico, conosciuto anche col nome IUPAC “etanolo”.

Questa molecola è composta da 2 atomi di carbonio, 6 atomi di idrogeno e 1 atomo di ossigeno. A temperatura ambiente si presenta come un liquido incolore, ha un odore pungente e un gusto dall’effetto bruciante. Si trova nei cosmetici, nei disinfettanti, può essere usato come solvente, ma in questo articolo mi soffermerò sull’impiego dell’alcol nell’alimentazione.


Bevande come la birra; prodotta a partire dal malto d’orzo; e il vino, prodotto a partire dal mosto d’uva; vengono realizzate attraverso il processo di fermentazione

alcolica, ossia il meccanismo di metabolismo anaerobico indotto da microrganismi quali i lieviti, che comporta la scissione degli zuccheri complessi; presenti all’interno delle materie prime impiegate (come il malto e il mosto); in zuccheri semplici, per poi formare da questi l’etanolo.


La chimica organica è estremamente affascinante, poiché consente di studiare le molecole che costituiscono l’universo, e quindi che compongono anche il nostro organismo, poiché noi stessi siamo formati prevalentemente da carbonio e acqua. Inoltre, studiare le molecole della vita permette di capire anche come siamo fatti noi esseri umani, perché il nostro organismo viene a costituirsi in base agli stimoli ricevuti dal mondo esterno, ed è sempre più posta l’attenzione su quanto l’alimentazione abbia un forte impatto sia sulle nostre condizioni fisiche, che psichiche.


Una volta assunto dell’alcol etilico, si possono studiare i cambiamenti subiti da questa sostanza durante il processo metabolico a carico del nostro fegato, e appare che questa viene trasformata in vari metaboliti, tra cui l’acetaldeide. [1,10]

L’acetaldeide è estremamente tossica, e infatti è responsabile del malessere che segue l’ingestione di alcol, il quale aumenta in maniera proporzionale all’aumento del quantitativo di alcol assunto. Risulta essere anche cancerogena, ossia in grado di modificare il DNA, con possibile insorgenza di neoplasie.


Scrivendo questo articolo sono esentata dal fare una predica da maestrina saccente, perché la sussistenza di fatti scientificamente provati permette di evidenziare in maniera empirica e razionale quelle che sono le connessioni tra determinate cause ed

effetti, e in questo caso specifico tra l’assunzione di alcol e il rischio di incorrere in problematiche concernenti la salute.


Ascoltando i fatti di cronaca, oggi si sente spesso parlare di giovanissimi che escono la sera soltanto con lo scopo di bere alcol, i quali, conseguentemente, mettono in atto comportamenti pericolosi per sé e per gli altri, poiché, sotto l’influenza di questa sostanza, perdono il controllo di sé. Forse non hanno cognizione del loro aspetto, quando sono ubriachi, e per questo consiglierei a loro, ma anche a chiunque altro, di osservare il dipinto ad olio su tela di Edgar Degas dal titolo “L’Absinthe”, ossia “L’Assenzio”: un’immagine evocativa, che ha sempre suscitato il mio interesse. [2]

Degas era solito rappresentare la vita mondana della Parigi della seconda metà dell’800, e in quest’opera ritrae due avventori (un uomo e una donna) intenti a consumare alcolici all’interno di un locale. Tra i due, la protagonista femminile ha sempre richiamato la mia attenzione: la posa e l’espressione della donna esprimono uno stato di abbandono innaturale, il quale può essere legato alla spossatezza fisica indotta dalla sbornia; tuttavia, è certamente connesso ad un malessere psicologico. Infatti, pare che la bevitrice abbia ricorso al liquore assenzio per “diluire” l’insoddisfazione provata nei confronti della propria esistenza; però, la bevanda non fa che accentuare la sofferenza da lei provata, facendo penetrare la protagonista in una sorta di bolla di illusoria e momentanea indolenza, la quale può mimare apparentemente la beatitudine, ma che in realtà porta la bevitrice ad assumere un’espressione estremamente triste e apatica, incapace di reagire agli stimoli, mostrandosi con lo sguardo perso nel vuoto, gli occhi socchiusi, la bocca contratta in una smorfia forse non del tutto volontaria, dimostrando che l’effetto inebriante dell’alcol le sta facendo perdere il controllo di sé, il busto inarcato in avanti, le spalle cadenti.


Non ci vuole niente dal considerare l’alcol solo un mezzo per incontrarsi con i propri conoscenti creando aggregazione sociale, consumandone in modeste quantità perché

il fine ultimo dell’uscita è trascorrere una serata piacevole insieme ad altre persone nella sicurezza e spensieratezza che la sobrietà e la serietà garantiscono, a passare all’abuso di questa sostanza per rifuggire la società e sé stessi, cercando essa la via di fuga dai propri problemi.

Tale tendenza è sempre stata presente, ma pare che oggigiorno questo fenomeno sia incrementato, soprattutto fra i più giovani, i quali dovrebbero essere protetti dalle sostanze nocive, visto che ancora non hanno terminato il processo di crescita e di sviluppo psicofisico [1,13]. L’esposizione a modelli di (non)riferimento; l’assenza di controllo a livello della navigazione su Internet; la superficialità e l’ignoranza che dilagano nella nostra società... sono tutti fattori diseducativi, che fungono da stimoli negativi per i giovani.


Non dico che le autorità, i genitori, la scuola debbano comportarsi stile Gran Fratello descritto all’interno del romanzo “1984” di George Orwell, perché sono fermamente convinta che il diritto di libertà di pensiero sia inalienabile; tuttavia, non è genuino ignorare la necessità di educare i giovani a comprendere, apprezzare e usare correttamente la propria libertà attraverso i mezzi tecnologici all’avanguardia di cui oggi disponiamo, perché altrimenti, troppa libertà mal utilizzata può indurre le persone a diventare schiave delle paure provate nei confronti di ciò che non capiscono, schiave dei propri errori, schiave dell’odio provato senza neanche sapere perché, nei confronti degli altri e di sé.


E in una situazione di inquietudine, di ansia, di paura non si capisce più chi siamo, cosa vogliamo da noi stessi e dagli altri, persi in un’incessante ricerca del piacere: ci sentiamo tristi, vuoti, come se mancasse sempre qualcosa. Il problema è che non sappiamo cosa sia questo “qualcosa mancante”.

Allora si spera di trovare ristoro nel farsi accettare dagli altri, cercando negli altri ciò che è assente nel singolo. Tuttavia, anche gli altri soffrono di questo problema, e non accettano le altre persone perché non accettano loro stessi. Così si ricorre all’alcol, e ad altre sostanze, per raggiungere uno stato di dis-controllo delle proprie pulsioni, in maniera tale da sentirsi distaccati da tutto quello che concerne noi stessi, tra cui i problemi che attanagliano e stritolano i propri visceri [4].


Il rischio di cadere in depressione è dietro l’angolo, a meno che questa non sia già insorta e sia la causa dell’abuso di alcol, alla cui induzione concorrono sia fattori genetici, che ambientali, che psicologici. Per “abuso di alcol” e "alcolismo" si intende una continua ed incessante ricerca di alcolici per andare oltre lo stato inebriante dei primi goccetti, fino ad arrivare alla totale perdita di cognizione, col conseguente innesco della dipendenza; quindi, del non poter più fare a meno di assumere tale

sostanza. [9] Inoltre, la dipendenza impone la necessità di aumentare sempre di più la dose al fine di raggiungere l’effetto di apparente benessere desiderato. Provare malessere sia a livello fisico che psichico in seguito alla sbornia innesca una nuova ricerca dell’alcol, perché inteso erroneamente come una sostanza in grado di alleviare tale spossatezza, innescando un circolo vizioso intricato e difficile da interrompere. [7,8,9]


Una citazione cinematografia esplicativa del fenomeno della dipendenza dagli alcolici è rappresentata dal protagonista maschile di “A Star Is Born”, ossia Jackson Maine, il cui passato turbolento e la sofferenza a causa della patologia di cui soffre (acufene) lo hanno portato a diventare un

alcolizzato. Inoltre, questa tematica è affrontata anche nella celebre pellicola “Saving Mr. Banks”, film dedicato alla vita di Helen Lyndon Goff, conosciuta come Pamela Lyndon Travers, ossia l’autrice del romanzo “Mary Poppins”, il cui padre, Travers Robert Goff, era un alcolizzato.


In un primo momento sembra che l’alcol possa avere un effetto ansiolitico, conferendo una sensazione di rilassamento, benessere ed euforia, stimolando ad assumere comportamenti più “sciolti”, facilitando la socializzazione; infatti, inizialmente l’alcol può far sentire pieni di energia. Tuttavia, in realtà, l’alcol svolge prettamente una funzione inibitoria sul Sistema Nervoso Centrale (SNC),

interagendo con i recettori del calcio e del cloro, inibendo quindi i recettori che legano i neurotrasmettitori eccitatori; mentre potenzia i recettori che legano neurotrasmettitori inibitori, che quindi rallentano l’attività del SNC, dando luogo a fenomeni depressivi [1,3,8,9].


Tuttavia; a lungo andare, che lo voglia o meno, la condotta dell’alcolista cronico diventa antisociale, perché la società condanna chi si fa vedere in pubblico ubriaco, mettendo in atto delle condotte scorrette, che possono sfociare nella violenza verso gli altri e nel degrado di se stessi [4].


Una frase che, a parer mio, riassume in maniera chiara e concisa quanto da me asserito precedentemente, è contenuta nel ritornello della canzone “maybe” uscita a marzo 2022, realizzata dal musicista americano Machine Gun Kelly, con la partecipazione dei membri della band Bring Me the Horizon, ossia “drink while my

conscience eats me." In questa canzone viene espresso un lamento carico di frustrazione, rimorso e rabbia, scaturito della fine di una relazione sentimentale, e accanto a questo tema, si associa il ricorso all’alcol come fosse un palliativo in grado di alleviare il dolore provato. Indipendentemente dagli eventi che possono aver ispirato la creazione di questo brano musicale, chiunque potrebbe rivedersi nelle parole che compongono la canzone, quindi è possibile generalizzare la questione, immaginando un legame tra la dipendenza e

tossicità dell’alcol e la dipendenza e tossicità di una relazione sentimentale in quanto, nonostante si possa ripetere “this time is the last”, si può continuare a bere senza riuscire a rompere veramente i rapporti con l’alcol, impiegato per mitigare l’amarezza e l’angoscia scaturiti da un evento traumatico, come la separazione da una persona molto importante, che ancora non è stata veramente accettata. Per cui, se non si riesce a somatizzare la fine della relazione, perché incapaci di prendere atto di quanto si dipende dal partner, non ci si rende conto di non poter rinunciare all’unica altra cosa (in questo caso l'alcol) che ci fa stare bene, apparentemente; perché mentre si cerca di annebbiare la coscienza per non dover pensare alla necessità di riorganizzare la propria esistenza, i pensieri negativi si ingigantiscono fino a diventare dei problemi insormontabili, che divorano dall’interno, come dei tumori, dai quali non si riesce a guarire.


E non è erroneo associare la metafora della dipendenza come un bisogno che cresce a dismisura, incontrollabile, alla vera e propria neoplasia, ossia la crescita abnorme di tessuto anomalo. Proseguendo con il processo di metabolismo intraepatico dell'alcol, vediamo che, in seguito alla formazione dell’acetaldeide (che abbiamo detto essere

pro-cancerogena), gli enzimi epatici trasformano questa in acetato, ossia il precursore degli acidi grassi [1,10].


Gli acidi grassi sono immagazzinati sottoforma di grassi di riserva, determinando non soltanto l’aumento di peso corporeo, ma anche il deposito di questi prevalentemente a livello epatico, poiché il fegato è l’organo deputato al metabolismo dell’alcol. Quindi, si rischia di incorrere nell’insorgenza di patologie epatiche, prima tra tutti la steatosi alcolica, ossia il deposito di grasso a livello del fegato indotto dal consumo di alcol, fino all'innesco di un processo infiammatorio

a livello di questo organo, con successiva necrosi e quindi riparazione fibrotica, determinando un quadro di cirrosi. Come se non bastasse, questa può essere letale di per sé, oppure la condizione del fegato può peggiorare ulteriormente in seguito allo sviluppo del tumore, altrettanto letale. [1,5,8,9,13]


Inoltre, bisogna evidenziare che la natura ha imposto delle differenze di genere, in quanto è stato notato che nelle donne gli enzimi che devono metabolizzare l'alcol sono meno attivi dal punto di vista metabolico, per cui le donne rischiano maggiormente di incorrere in patologie epatiche alcol-dipendenti rispetto agli uomini. [11]. Sebbene non esista un quantitativo di alcol sicuro e raccomandabile da consumarsi, il Ministero della Salute, in maniera generica, consiglia alle donne di assumere 1 unità alcolica al giorno, mentre l’uomo ne può consumare fino a 2, e per unità alcolica si intende una quantità pari a 12 grammi di alcol puro, che corrispondono all’alcol contenuto in:

• un bicchiere (125 ml) di vino di media gradazione (12°)

• una lattina (330 ml) di birra di media gradazione (4,5°)

• un bicchierino (40 ml) di superalcolico a 40° [6]


Nelle dosi adeguate, nulla è vietato, soprattutto il vino rosso, in quanto contiene antiossidanti quali resveratrolo, tannini e antociani, i quali svolgono un’azione protettiva sull’apparato cardiovascolare, e sono promotori della produzione di colesterolo buono HDL. Tuttavia, anche un abuso di vino rosso può essere dannoso, e non parliamo di altre bevande come i superalcolici e la birra, la quale è ricca di purine, la cui assunzione predispone allo sviluppo della gotta, soprattutto nei soggetti di sesso maschile. Ad ogni modo, la letteratura scientifica ribadisce il fatto che l'eccesso di alcol causa problemi a livello del SNC, del fegato, dell'apparato cardiovascolare; e altera, a livello ematico, l'assetto lipidico e glicemico. [1,8]

È importante sottolineare che l'alcol non danneggia soltanto un singolo distretto corporeo, perché induce l'insorgere di complicanze a livello sistemico, coinvolgendo quindi l'intero organismo. Non bisogna incutere timore sull'impiego di tale sostanza, però bisogna precisare che non esiste una dose sicura da poter consumare senza rischiare conseguenze; e purtroppo, come accennato sopra, attraverso il suo apporto di 7 kcal ogni grammo, l'alcol induce, se assunto in quantità massicce a lungo termine, l'aumento del grasso corporeo. [12] Ed è noto che, qualora il grasso corporeo presente nell'organismo fosse eccessivo, si svilupperebbe un quadro di obesità, ossia una vera e propria patologia caratterizzata da infiammazione cronica di basso grado, che coinvolge in maniera deleteria l'intero organismo. [13]

Inoltre, è bene che l'educazione al responsabile consumo di alcol sia radicata nelle menti di tutti, uomini e donne di qualsiasi età, perché se si vuole consegnare ai posteri un futuro migliore del presente che stiamo vivendo, bisogna mettere in atto delle condotte che ci proteggano, oggi, così da proteggere i figli e i nipoti del futuro. A questo proposito, bisogna evidenziare che bisogna evitare il consumo di alcol soprattutto in gravidanza, perché studi scientifici hanno ormai dimostrato che l'alcol supera la placenta raggiungendo il feto, esponendolo al rischio non solo di ritardo della crescita intrauterina, bensì anche di ritardo intellettivo [1,9].


Quindi, in conclusione, in quantità moderate, l’alcol non dovrebbe causare problematiche in termini di salute; tuttavia, soprattutto con l’avvicinarsi delle feste, può capitare che si consumi un ingente quantitativo di alcolici tale da rendere impossibile il controllo delle proprie azioni. E questo può succedere per svariati motivi, che vanno dal sentirsi depressi alla troppa voglia di far baldoria, i quali possono verificarsi sia quando si è in compagnia sia quando ci troviamo soli.


Purtroppo, oggigiorno numerosi fatti di cronaca riportano svariati casi di violenza, incidenti stradali [8], decessi succedutisi in seguito all’ingestione di alcol; e insieme alle vicende del quotidiano, perfino capolavori immortali della letteratura, come il romanzo “L’Assommoir” di Émile Zola, narrano di individui che cadono prede della dipendenza dall’alcol, lasciando che questa sostanza rovini completamente le loro

esistenze. Quindi, farsi ispirare dalle vicende dei romanzi e dei film, i quali, nonostante siano opere di finzione, si basano sempre su esperienze vere e realistiche; e imparare dagli errori degli altri, che facilmente vengono commessi nel quotidiano, dovrebbe consentire ai posteri di evitare complicazioni indesiderate, le quali possono mettere a repentaglio la propria vita, salvaguardandosi così dalla degradazione del fisico, e soprattutto dell’animo.


A questo punto vi ringrazio per l’attenzione, e spero di avervi offerto nuovi spunti di riflessione, accompagnando la dissertazione con immagini evocative, tra cui l'ultima, che raffigura un calice di vino rosso realizzato da me, impiegando un cartoncino e le matite da disegno.


Alla prossima!


Maria Romanelli


Bibliografia

[1] Guida utile all’identificazione e alla diagnosi dei problemi alcol-relati: "Alcol: sai cosa bevi? Più sai, meno rischi!" - Ministero della Salute

[2] L'assenzio di Edgar Degas - Progetto ADO-analisidellopera.it

[3] Alcool: effetti tossicologici e comportamentali - Giovanni Giannelli, Gianluca Smeraldi, Lidia Agostini, Marusca Stella

[4] Depressione e alcol - intervista al prof. Vito Covelli

[5] Alcol e malattie del fegato: i sintomi e le forme di prevenzione

[6] Alcol - Ministero della Salute

[7] Dipendenza alcolica - Ministero della Salute

[8] Alcol - Dipartimento delle dipendenze Verona

[9] Alcolismo: cause, sintomi e danni - dott.ssa Paola Bizzi

[10] Alcohol metabolism - Pubmed

[11] La donna e l'alcol: vulnerabilità biologica? - Rosanna Mancinelli e Maria Soccorsa Guiducci Istituto Superiore di Sanità, Roma

[12] Alcohol consumption and body weight: a systematic review

Carmen Sayon-Orea, Miguel A. Martinez-Gonzalez, Maira Bes-Rastrollo, Pubmed

[13] Alcol e obesità si mangiano il fegato dei ragazzi - Donatella Barus, Fondazione Umberto Veronesi

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