Numero 53

Numero 53.

Alice sbarrava una voce dalla sua lista.


Alice era una senatrice molto stimata in politica, una donna colta, disponibile, gentile, sempre a disposizione degli altri; laddove c’era un evento benefico, c’era lei. Devolveva sempre parte del suo stipendio ai più bisognosi, portava avanti le più svariate battaglie in nome dei diritti civili, e a chi le chiedeva perché piaceva rispondere “è il debito che pago per essere stata fortunata”.

Alice era fortunata, perché la sua vita era perfetta. Dopo anni di studio e sacrificio, aveva trasformato le sue ambizioni in realtà, i sogni nel contorno dei suoi giorni, le sue aspettative negli obiettivi.



Alice viveva con suo marito, e lo amava da impazzire. Avevano due splendide gemelle che le somigliavano in tutto e per tutto e per le quali cercava quotidianamente di cambiare il mondo. La sua famiglia la appoggiava sempre, anche quando forse non sarebbe stato giusto farlo. Soprattutto quando non sarebbe stato giusto farlo.



Il marito di Alice era avvocato penalista, specializzato nella difesa dei casi di violenza sessuale. Praticamente parlando, difendeva principalmente persone accusate di stupro. I due si scambiavano quotidianamente informazioni sul proprio lavoro.

Erano le uniche occasioni in cui divergevano.

“Io voglio salvare le vittime di stupro, e tu gli stupratori” ripeteva Alice. “È solo il mio lavoro” ribadiva lui. Lei si girava dall’altra parte del letto.

“Lo sai cosa penso di chi compie atti del genere…”

“E ci mancherebbe”.

Sbuffava.

Alice aveva devoluto un’ingente somma per aiutare le vittime di violenza. Aveva adottato a distanza un bambino orfano dell’Africa nera. Le sue proposte di legge erano queste: accoglienza, generosità, uguaglianza. Si sentiva sempre dalla parte dei diritti, e fortunatamente buona parte del Senato era con lei.

Tranne quando si parlava di donne.



Li aveva visti, i processi per stupro, lei. Non quelli di suo marito, perché aveva paura. Aveva paura di leggere nei suoi occhi il male che aveva visto in quelli degli altri uomini; un male così quotidiano e normale che sembrava giustificato alla luce del tribunale. “Non sapevo non fosse consenziente”, sentenziava quello che aveva stuprato una donna ubriaca. “Credevo di piacerle”, balbettava il ragazzino imbarazzato che aveva molestato una coetanea nel bagno di una discoteca. “Non posso essere finito in tribunale per essermi divertito!” aggiungeva all’uscita. E l’avvocato dava manforte, sembrava convinto che fosse nel giusto. Glielo diceva. “Ce la faremo, uscirai dai casini” mormorava, ed Alice sapeva che aveva ragione. Che ce l’avrebbero fatta. Che la giustizia che non riusciva a cambiare avrebbe violentato quella donna, e tutte le donne, per l’ennesima volta.

Alice era stanca e senza soluzioni. Non era abituata a fallire, ma ogni qualvolta parlava di diritti femminili, accadeva miseramente. “Avete già tutti i diritti che servono”, le dicevano i colleghi.

Aveva provato con l’educazione sessuale, allora. Ma nessuno, nemmeno tra i votanti, l’aveva supportata.

Aveva provato con il reato di molestia. Ma nessuno lo aveva voluto.

E aveva due figlie gemelle che diventavano grandi, e che presto avrebbero conosciuto la realtà che lei, in nessun modo, era riuscita a cambiare.

 


Assistito numero 53, c’era scritto sulla lista.

“Facciamola finita in fretta”, sibilò Alice.

Mentre gli puntava la pistola alla tempia, l’uomo legato alla sedia tremava.

Alice pensò che fosse un vigliacco e scoppiò a ridere.

Ma mentre premeva il grilletto per la 53esima volta, non si sentì nulla.


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