Se mi leggerai, lo scoprirai

Ciao a tutt* :)

Con il termine delle vacanze natalizie, gli impegni ignorati durate i giorni di festa si sono ripresentati, ansiosi di esser nuovamente presi in considerazione.

Non è che io sia andata alle Maldive o ai Caraibi al fine di prendere una pausa dallo studio: è bastato dedicare un po’ di tempo a me stessa per riscoprire quelle piccole gioie della vita rappresentate dall’alzarsi tardi la mattina e fare colazione guardando i cartoni animati.

Adesso mi trovo nel bel mezzo della sessione, e come qualunque altro lavoratore che ha amor proprio, si impegna e fa del suo meglio per mettere a frutto i propri sforzi e sacrifici, avverto l’ansia e l’angoscia scorrermi nelle vene. Infatti, non è tanto il lavoro in sé ad essere insopportabile: è lo stress ad essere fastidioso, dal momento che priva le persone di energie e voglia di vivere, inibendo il piacere provato nel mettersi all’opera e realizzare qualcosa con le proprie mani.

Quindi, desidero dedicare il quinto numero della rubrica “Tempesta del Pensiero” alla fonte di svago che mi sta aiutando a contenere l’ansia del momento: il romanzo “Il Barone Rampante”.


“Il Barone Rampante” è un romanzo di formazione e d’avventura ambientato nel Settecento in Liguria, scritto da Italo Cavino, e la prima edizione risale al 1957.

Le sue pagine custodiscono la storia di Cosimo Piovasco di Rondò, figlio di una famiglia di nobili liguri di Ombrosa, il quale, in seguito ad un litigio con i genitori, decide di arrampicarsi su un albero del giardino, dichiarando di non voler mai più scendere a terra.

Di fronte a questa affermazione, il lettore potrebbe esclamare, sbigottito: “e allora?”. Può sembrare un pretesto insensato per costruire un intreccio narrativo, eppure è geniale.


 

Molte persone possono testimoniare che, quando si è arrabbiati e si litiga, si possono mettere in atto delle azioni “folli”. Non intendo affrontare una discussione sulle violenze che possono scaturire da un impeto rabbioso; in questo momento mi focalizzo su azioni non-violente, che appaiono stravaganti, ma che in sé nascondono una logica, perché vengono messe in atto per fare dispetto alle persone con le quali si litiga. In questo caso, il fatto che Cosimo decida di salire sugli alberi e di dimorarvi per il resto dei suoi giorni è un pretesto per disubbidire al padre, il Barone d’Ombrosa, il quale vuole imporre al figlio la propria autorità, costringendolo a sottomettersi alle proprie regole. Cosimo le rifiuta e per disobbedire al padre, sale sugli alberi, mettendo in atto un comportamento non certo degno di un futuro barone.


 

Questo romanzo può essere letto a più livelli, perché, se a primo impatto le avventure comiche e i personaggi stravaganti che Cosimo incontra nel corso della sua vita sugli alberi appaiono esilaranti, lo spirito critico del lettore può avvertire un retrogusto amaro di malinconia al termine dei vari capitoli, che coincidono spesso con la fine dei rapporti tra Cosimo e le varie comparse, perché è in questi frangenti che Cosimo constata che le relazioni con gli altri esseri umani sono effimere, e gli attimi di felicità vissuti insieme a qualcun altro sono solo barlumi fugaci che interrompono la monotonia della sua solitudine.

Per difendere il suo orgoglio, Cosimo trasforma l’impresa di vivere sugli alberi nel senso della propria esistenza, riuscendo a svolgere tutte le attività del quotidiano senza mettere i piedi a terra, riuscendo ad erudirsi attraverso le letture e a svolgere lavori manuali, imparando a prendersi cura della natura.


 

Nel suo “essere selvatico”, Cosimo non rifugge la compagnia umana e degli animali del bosco in cui si installa, però non riesce a costruire un legame solido con qualcuno, perché non è in grado di abbattere la distanza che divide lui, abitante dell’aria, e gli abitanti del suolo.

Non riuscirà a fare pace con il padre, il quale, sebbene disapprovi la condotta del figlio, alla fine, si arrende all’ostinazione di quest’ultimo, senza riuscire a trovare pace perché, entrambi, impossibilitati dai propri codici morali, non riescono a risolvere le loro incomprensioni.

La madre e Biagio, il fratello minore di Cosimo, nonché voce narrante, cercano di sostenere il protagonista come meglio possono, ma perfino loro, alla fine, non riescono a instaurare un vero e proprio sodalizio con Cosimo.


 

Nel corso della propria esistenza sugli alberi, Cosimo vive un periodo idilliaco con una donna, Viola, figlia dei Marchesi d’Ondariva, vicini della famiglia di Cosimo.

I due si conoscono da bambini, ma le loro vite si intrecciano nuovamente dopo molti anni, per breve tempo, prima che gelosie e molteplici incomprensioni li dividano per sempre. Viola è capricciosa e viziata: si fa desiderare, vorrebbe diventare il senso della vita di Cosimo, ed è intenzionata a far nascere in lui un amore travolgente e passionale; tuttavia, Cosimo vorrebbe amare Viola in maniera “razionale impiegando la ragione”, e soprattutto, senza scendere dagli alberi.

Non riuscendo a trovare un compromesso, non riuscendo a spiegare le reciproche ragioni dei propri comportamenti, non essendo in grado di rinunciare a se stessi per amore dell’altro, i due si separeranno, sebbene lo rimpiangeranno per il resto dei loro giorni.


 

La trama è talmente semplice da seguire, eppure sorprendente che stupisce il lettore, nonostante questo abbia potuto leggere l’opera già tante e tante volte (come me). Non si riesce a non scoppiare a ridere, e non si resta immuni di fronte ai vari spunti di riflessione nascosti dietro le parole che descrivono i vari eventi narrati.


Alla fine, insieme a Cosimo, ci rendiamo conto che, con più ci si estranea dalla consuetudine, con più si è liberi di essere se stessi, e la possibilità di emancipare il proprio Io interiore dai condizionamenti della società consente di provare un'irresistibile ebrezza, che aumenta il desiderio di isolarsi.


Eppure, con più ci si isola, con più si anela a riavvicinarsi alle altre persone.


Tuttavia, una volta che si è assaporato il dolce sapore della libertà, è difficile tornare indietro e rimettere in gabbia la propria personalità per trovare compromessi con gli altri, così da instaurare rapporti pacifici per vivere serenamente insieme, perché gli altri non possono comprendere a pieno ogni sfumatura del carattere del singolo.

Tuttavia, allo stesso tempo, la solitudine impedisce di gustarsi a pieno la libertà, perché non si ha nessuno con cui condividerla.


 

Nonostante tutto, la vita di Cosimo è unica nel suo genere, e spesso Biagio si rammarica di essersi asservito alle consuetudini, evitando di dare libero sfogo al proprio ego.

In fondo, ognuno ha il diritto di scegliersi la vita che appare migliore, perché ciò che è veramente importante è accettarsi per quelli che si è, volersi bene, e non desiderare il male degli altri.

Ci sono individui che sono se stessi anche se non sono stravaganti, che vivono bene nell’ordinario, ed è giusto che tutti le persone possano soddisfare, un giorno di più e un giorno di meno, le proprie necessità senza fare del male a se stessi o agli altri, senza sottomettersi o diventare loro stesse delle personalità prepotenti che vivono per annientare le altre forme di vita.

Con questo articolo, spero di aver messo in campo tanti spunti di riflessione, di avervi incuriosito per approfondire tali temi con voi stessi e con le vostre persone preferite, e a leggere o rileggere un capolavoro italiano.

Alla prossima!


N.d.T. Non riuscivo a trovare un titolo adatto, però un articolo non si giudica mai dal titolo, vero? :)


Maria Romanelli

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