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Tempesta del Pensiero: La relatività della Giustizia

Ciao a tutt* :)

Questo è il ventesimo articolo della rubrica “Tempesta del Pensiero” all’interno del blog Momenti Diversi.


La riflessione che vi propongo questo mese è stata ispirata dal fatto che, in questo ultimo periodo, mi sono resa conto di aver usato in maniera ricorrente determinate espressioni, quali “ma perché è successo proprio a me?”, oppure “ma perché le cose non sono andate come avrei voluto io?”, e la conclusione dei miei ragionamenti si può riassumere nelle tre seguenti parole: “non è giusto!”.


Il concetto di giustizia, sebbene nella teoria appaia banalmente elementare, nella pratica diventa talmente contorto da risultare spesso impossibile da applicare.

Alla voce “giustizia”, il vocabolario della lingua italiana riporta la seguente definizione: “virtù rappresentata dalla volontà di riconoscere e rispettare il diritto di ognuno mediante l'attribuzione di quanto gli è dovuto secondo la ragione e la legge”, e per questo, tale termine è impiegato anche per indicare “l’attuazione delle norme giuridiche” che conferisce il potere di sancire i comportamenti illeciti da parte dell’autorità giudiziaria.


Senza addentrarci negli scioglilingua della legislazione, si può affermare a livello assoluto che, al fine di perseguire l’ideale della giustizia e applicarlo nella realtà, sono state messe a punto delle norme che ogni essere umano sarebbe tenuto a rispettare affinché possa vivere in armonia con i simili all'interno della società.


Ho usato il condizionale perché, palesemente,

sebbene il rispetto di queste norme dovrebbe considerarsi scontato,

nel quotidiano non è così.


A questo punto viene spontaneo citare il saggio sociopolitico “Il disagio della civiltà” di Sigmund Freud, nel quale viene analizzato il contrasto esistente tra individuo e società: secondo Freud, ogni individuo si trova interdetto fra il desiderio di soddisfare le proprie pulsioni, anelando al conseguimento della personale libertà degli istinti, e la necessità di conformarsi alla società, la quale impone il controllo di questi istinti affinché, attraverso tale repressione, gli individui possano interagire fra di loro in nome della sicurezza e della pace. Quindi, in cambio della garanzia di concordia tra le genti, queste hanno rinunciato alla libertà derivata dalla soddisfazione delle proprie pulsioni: così è nata la civiltà.


Effettivamente, se ognuno di noi fosse libero di aggredire gli altri per raggiungere i propri scopi, il mondo sarebbe molto diverso rispetto a quello che conosciamo noi: sicuramente la bestialità regnerebbe suprema sovrana; dunque, per evitare ciò,

esistono regole da rispettare.


Quindi, seguendo delle direttive concepite proprio per sancire equità fra le persone, ognuno di noi dovrebbe avere accesso a quello che giustamente dovrebbe spettare, senza che pochi abbiano tanto e che tanti abbiano poco.


Partendo dal presupposto che le norme da rispettare siano rigorose in massima misura, non dovrebbero sorgere diatribe fra le persone, a meno che queste siano violate, per cui è necessario che chi infrange la legge debba scontare una pena equa per risarcire la comunità del danno subìto.


Questo potrebbe essere facile da farsi in caso di furto di beni materiali, che possono essere restituiti tali e quali o sottoforma dell’equivalente in denaro; ma come si può risarcire totalmente la società dopo aver ottenuto con la forza e la violenza beni immateriali quali la vita di una persona in seguito ad un omicidio, oppure la dignità di una persona, dopo aver commesso una violenza sessuale?


Tornando al caso del furto di beni materiali, a volte, non è semplice applicare delle presunte norme volte a vigilare questa giustizia che si fa sempre più astratta, perché, nel caso di Jean Valjean, protagonista del romanzo “I Miserabili” scritto da Victor Hugo, questi è perseguitato dalla giustizia perché ha rubato del pane che non si sarebbe potuto permettere di acquistare al fine di sfamare i propri nipoti.

Ha commesso un reato, è vero, e deve essere giustamente punito, ma questa “giusta punizione” dovrebbe tenere in considerazione il background da cui proviene, e quindi valutare le motivazioni che lo hanno indotto a compiere una scelta sbagliata, ma altrettanto giustificabile?


Se la legge deve essere uguale per tutti, come può essere modificata ad personam?

In realtà, la storia non è manchevole di episodi che hanno visto gli stessi organi preposti alla garanzia della giustizia commettere atti che ne hanno minato la sua validità, perpetrando direttamente dei reati; oppure producendo regole che sofisticassero la giustizia stessa, così da trarre beneficio dal disagio creato al resto della collettività.


Inoltre, nonostante si sia di fronte ad un misfatto conclamato, e siano state eseguite correttamente tutte le procedure previste per ripristinare la giustizia, chi assicura che questa sia veramente garantita? Per esempio, se una persona si trovasse nel luogo sbagliato al momento sbagliato, con le mani imbrattate di sangue, come succede a

John Coffey, protagonista della pellicola “The Green Mile”, sembrerebbe di star applicando correttamente la giustizia nell’atto di condannarlo alla pena stabilita per legge nei confronti del reato di cui è imputato. Infatti, tutte le circostanze sembrano provare la sua colpevolezza, in quanto non c’è nulla di innaturale nella scena del crimine, la quale non presenta elementi aggiunti volutamente dal vero malfattore al fine di compromettere qualcun altro. E in questa situazione, tutto quadra in maniera perfettamente semplice per far sospettare di applicare correttamente la giustizia sulla persona sbagliata.


Questi sono esempi verosimili che,

pur non essendo esistiti nella realtà, si ispirano ad essa.


Infatti, quante volte sono state commesse ingiustizie ai danni delle masse da parte dei detentori del potere politico ed economico, mettendo in pericolo sia i beni materiali ma anche dati informatici, i quali, seppur virtuali e quindi potenzialmente inarrivabili perché astratti, si sono rivelati incredibilmente sensibili?


E nel piccolo del nostro quotidiano, quante volte abbiamo rispettato le regole del vivere civile eppure siamo stati ingiustamente accusati, o sottovalutati o maltrattati, spesso da persone che hanno violato tali regole e che quindi non dovrebbero permettersi di imporre il proprio giudizio, essendo questo infangato da una condotta riprovevole? Quante volte abbiamo erroneamente favorito l’ascesa sociale di qualcuno che fosse meno meritevole di noi, credendo nel giusto ideale di voler dare il meglio di noi senza calpestare i piedi agli altri, finendo poi per essere calpestati a nostra volta dal prossimo che considera l’onestà sinonimo di stupidità?


Ma la cosa peggiore di tutte, come si suol dire, oltre al danno indotto da tante prove di tale ingiustizia, anche la beffa, perché si è costretti ad assistere al successo di persone che hanno raggiunto i loro scopi ai danni altrui, fregandosene delle pari opportunità e della pace che la giustizia dovrebbe garantire fra le genti, le quali inoltre si spacciano per paladine della medesima giustizia che loro stesse hanno violato.


Quindi, se la giustizia è nata per proteggere l’essere umano dalla propria naturale bestialità, ha finito per incagliarlo nei liquami di un altro aspetto innato della propria essenza, ossia l’ipocrisia.

L’ipocrisia è incredibilmente temibile in quanto ha il subdolo potere di assumere mille e più sembianze, così da potersi mimetizzare ovunque e infettare anche le superfici più impensabili dell’animo, impedendo che la giustizia possa trionfare perché non si riesce a distinguere il falso dal vero, nemmeno se si fosse mossi dalle più pure e nobili intenzioni.

E così non esiste mezzo per proteggere l’essere umano da se stesso: concepibile solo come minaccia immensa per ciò che orbita intorno ad esso e per se medesimo, in quanto non solo ha costruito la gabbia dal nome “giustizia” per privarsi della libertà, ma non ha nemmeno capito come impiegarla al meglio, cercando soltanto dei modi per eluderla, preda dell'ipocrisia.


Così facendo, oltre alla libertà, perfino la sicurezza e la pace non sono garantite, in quanto dovremo sempre sospettare di coloro che si illudono di essere più furbi degli altri, persi dietro la smania di nascondere dietro ad un falso perbenismo la loro ossessione di voler raggirare le regole; rendendo insostenibile ai pochi rimasti a rispettarle il peso di una civiltà che non è più tale se condanna la giustizia e legittima l’ipocrisia.


Per cui la giustizia non è raffigurata come una donna bendata per indicare il fatto che sia equa, e che non si lasci influenzare dalle apparenze, ma perché si vuole evitare che si dipinga sul suo volto la vergogna provata in seguito ad essere presa in giro da coloro che non la rispettano; e l'afflizione sentita nell'atto di opprimere chi, invece, cerca di applicarla anche per coloro che non lo fanno.


Con questi vari spunti di riflessione vi lascio, sperando che l’articolo sia stato di vostro gradimento, e che abbia suscitato in voi interesse e curiosità.


Alla prossima!


Maria Romanelli

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