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L'arte come espressione della vita e del dolore: il «doloroso amore» per la vita di Tracey Emin.


Oggi valicherò le consuete soglie letterarie per approdare ad una riflessione più generale sul valore dell’arte. L’occasione mi è stata offerta dall’artista probabilmente più rappresentativa e  rivoluzionaria degli Young British Artists: Tracey Emin, il cui debutto avvenne alla metà degli anni ‘90. Il movimento degli YBA si sviluppa a Londra a partire dal 1988, quando Damien Hirst allestì la mostra “Freeze” in un magazzino della Docklands in cui espose opere sue e di altri 16 colleghi, tutti studenti del Goldsmiths College, un gruppo di visual artists che aveva una sola missione comune: suscitare scandalo.

Nacque così la Britart, forte dell’influenza della cultura pop e punk, che fece della Londra degli anni ‘90 il fulcro dell’arte mondiale. L’obiettivo? Stupire, colpire nel segno, in una parola, congelare (“Freeze”, appunto).


Tracey Emin è il perfetto esempio di come l’arte faccia da accompagnamento alla vita del singolo (assumendo un valore quasi documentario-cronachistico) e di come sia al contempo un’occasione di catarsi: tramite la registrazione di pezzi di esistenza, positivi o negativi che siano, l’arte dà voce alla vita ed esorcizza il dolore. 

Esorcizzare le violenze subite tramite il bello si può considerare il leitmotiv di tutta la produzione di Emin.


Nata a Croydon nel 1963, l’artista cresce nei sobborghi di Londra a contatto col mare, in una realtà che presto inizia a soffocarla. Vittima di abusi già a 8 anni, a 13 subisce violenze sessuali e a 15 anni comincia a realizzare l’accaduto, desiderando sempre più voracemente di allontanarsi dal suo 'borgo natio', Margate. Trascorre una giovinezza tragica, segnata da due aborti e da relazioni personali fallimentari che la portano sull’orlo del dolore.


E così Emin trova svariati medium, il disegno, la pittura, la scultura, la videoarte, l’installazione, la fotografia, per rappresentare in tutti i modi che le sono possibili il tragico che ha vissuto.


Nel cortometraggio “Why I never became a dancer” (1995) (clicca sul titolo per vederlo!), Tracey Emin racconta proprio gli attimi cruciali della sua adolescenza trascorsa a Margate. Iniziando con le parole del titolo scritte in grande su un muro, la telecamera fa una panoramica dei luoghi in cui Emin ha trascorso il suo passato: la scuola, il lungomare, i centri commerciali. Questa sequenza è sovrapposta alla voce dell'artista che racconta la sua storia.

«Non aveva importanza che io fossi giovane, o avessi 13, 14 anni. Non aveva importanza che loro erano uomini di 19, 20, 25, 26 anni.” “A 15 anni li avevo avuti tutti (...) La ragione per cui volevano scop*re me, ragazza di 14 anni, era perché loro non erano uomini, ma erano meno, meno di esseri umani. Erano patetici.»


Da quel momento in poi il sesso diventa per lei qualcosa di esplicito, libero, violento, un’esplorazione, come lei stessa afferma, che la farà sentire almeno in un primo momento potente, distraendola da tutto ciò che la circondava.



«Dopo essere stata violentata mi sono lanciata in una specie di esplorazione sessuale. Lentamente ho scoperto che il sesso mi dava un senso di libertà straordinario. E mi faceva sentire più forte, più potente.»


E poi la realizzazione delle violenze subite (“I was the innocent”) e il riscatto personale attraverso la danza e la fuga da Margate. Il video culmina con il suo tentativo di vincere le finali della competizione locale di ballo.

Umiliata da un gruppo di ragazzi del posto, Emin vede confermarsi davanti ai suoi occhi, durante la sua esibizione, l'ipocrisia degli atteggiamenti delle piccole città nei confronti di una libera sessualità femminile. Il video si conclude con la voce fuori campo dell’artista: “Shane, Eddy, Tony, Doug, Richard, this is for you” e poi l’immagine di lei che balla in una grande stanza vuota al suono della canzone di Sylvester You Make Me Feel.


Il video è quindi un mezzo per l'artista per esorcizzare la sua umiliazione e per trasformare un evento abusivo in qualcosa di positivo.


«La storia del mio video è vera, anche se un po’ rimaneggiata. Mi sono divertita un sacco a girarlo. C’è una scena in cui partecipo a una gara di ballo e tutti mi gridano "Pu**ana, pu**ana" e io non smetto di ballare, continuo a saltare, a muovermi, così come ho continuato a sco*are o a fare l’amore con chi mi piace. »


La natura esplicitamente personale dell'arte di Emin per molti ha toccato i confini dell’inaccettabile: ella è stata infatti una delle prime che a partire dagli anni ‘70 ha reso l’esperienza sessuale, emotiva e personale un oggetto artistico.


Emin ha costantemente basato la sua arte sulla storia della sua vita: l’esistenza stessa diventa per lei opera d’arte. Per questo tutta la sua produzione si può definire autobiografica, sebbene ci siano alcune opere più rivelatrici di altre, che hanno proprio l’intento di presentarla al pubblico: tra queste emerge ovviamente il "CV Tracey Emin" (1995), il suo curriculum vitae, composto da nove pagine A4 scritte da lei stessa.


Il testo racconta, sotto forma di appunti, gli eventi significativi della sua vita, a partire dal concepimento "in Irlanda 1962”, fino alla sua formazione, tracciando il percorso professionale e personale. Tutto ciò che è raccontato, anche i dettagli più intimi, concorre alla realizzazione di “Tracey Emin” (artista): si coglie dunque l’importanza dell’aspetto emotivo, suo tratto distintivo, che lei considera parte delle sue qualifiche, degno di essere trascritto su un curriculum che, per questo, diventa un vero e proprio autoritratto. Lo stupro è descritto nel libro con queste parole: 


«Per me la mia infanzia era finita - avevo preso coscienza della mia stessa fisicità - consapevole della mia singola presenza - mi ero aperta alle brutte verità di questo mondo - / e all'età di tredici anni ho capito che c'era un / pericolo nella bellezza e negli innocenti- non potevo / avere entrambi - / Questo sarebbe stato qualcosa con cui avrei combattuto per il resto della /mia vita.»



“Parcellizzare la vita, osservarla dal basso della sua verità, metterne a fuoco ogni pezzo, per giungere dal particolare all’universale.” 


Questo è l’obiettivo della sua arte.

E ne è esempio lampante la sua opera più celebre, quella con cui ha sconvolto il panorama artistico, presentata nel 1998 presenta alla alla Galleria Sagacho di Tokyo: il titolo è “My Bed”, il racconto di una “piccola storia ignobile”, la sua, attraverso oggetti che non sono solo semplici e quotidiani, ma sono proprio delle tracce di sé.


My Bed è un oggetto autentico che parla e racconta lo strazio di quattro giorni trascorsi a letto dopo la fine di una relazione: ciò che resta sono frammenti, bottiglie di vodka, assorbenti, profilattici, sigarette, vecchie polaroid.


«Nel 1998 mi lasciai con il mio compagno e trascorsi quattro giorni a letto, a dormire, in uno stato di semi incoscienza. Quando mi svegliai, mi alzai e vidi tutto il caos che si era ammassato dentro e fuori dalle lenzuola.»


Più volte Emin ha affermato che, per quanto disgustosa fosse stata la vista, quel letto era ciò che le aveva salvato la vita, ciò che l’aveva tenuta al sicuro: in quel momento realizzò che era già arte e capì che avrebbe dovuto conservare per sempre quell’immagine, eternizzarla e darle un giusto posto.


«Once I had transported that death bed and took it somewhere else in my head it became something incredibly beautiful.»


L’opera è un vero e proprio autoritratto. Non è la “rappresentazione” di un

letto (come il neutrale “Bed” di Rauschenberg, trattato come un dipinto e appeso ad una parete), ma un letto disfatto e basta, un ready-made intimista: questo può

sembrare ossimorico, considerando che il ready-made nasce proprio come

modo per spersonalizzare l’arte. A differenza della freddezza di un Duchamp, inventore dei ready-made, quello di Emin può quindi suscitare emozioni: questo diventa un suo parto, da cui non vuole cancellare affatto il suo nome. Quel letto non sarà mai di uno pseudonimo, di un nuovo R. Mutt, ma è e sempre sarà solo ed unicamente di Tracey Emin.


Chiamandolo My Bed, l'artista sottolinea quindi che quel letto è suo, non reprimendo la sua sensibilità, la sua individualità, la sua soggettività – cosa che Duchamp o Mondrian avrebbero fatto invece ad occhi chiusi- ma rappresentando qualcosa che sa di lei, e parla di lei.


Con quest'opera, l’arte diventa una questione privata, ma è forse proprio ripiegandosi all’interno che diviene davvero universale: l’esperienza personale diventa infatti un campione di vita, uno stralcio di esistenza in cui tutti sono costretti ad immedesimarsi.


L’artista ha sempre trovato nel linguaggio artistico una consolatio dal proprio vissuto traumatico. Ancora oggi, mentre sta affrontando una dura malattia, sembra rinascere e morire ogni volta, appena mette un pennello su tela. E non solo, continua a rendere arte il suo doloroso quotidiano, scorgendo bellezza proprio nella crudezza della verità (basti vedere il suo profilo Instagram).


Già nel 2019 aveva infatti esposto al White Cube "A Fortnight of Tears", in cui spiccano 50 selfie scattati con il suo Iphone che la ritraggono in stato di insonnia.


Sono autoritratti scattati spontaneamente che la catturano nei suoi momenti più crudi, irrequieti e vulnerabili, mentre lotta contro gli alti e bassi della vita. Dall'ascolto della morte di sua madre, ai selfie con il suo gatto Docket: sono tutti primi piani inquietanti e intimi. Registrare l’emozione permette all’artista di avere il controllo su di essa.

«La gente non voleva parlare di questi problemi, dove si tratta di stupro, abuso o insonnia. Ho costantemente implorato le donne di dire "Sono stata violentata". So che parlarne aiuta una ragazza di 14 anni a vivere le stesse esperienze da qualche parte.»

«Vent'anni fa la gente mi derideva e mi diceva che non mi era permesso esprimermi. Ma in realtà ho sempre fatto la cosa giusta. Con questo spettacolo ho ucciso la vergogna. L'ho appesa a un muro.»


Quindi, per quanto ogni mostra rappresenti il dolore puro, in tutte le sue forme, la potenza redentrice dell'arte è ciò di più commovente che traspare dalle creazioni di Emin, che dopo un’esistenza di tormenti riesce ancora a scorgere il bello nelle più piccole cose.


Ed è qui che inizia l’emozione: quando l’arte diventa mezzo che imita e svela la vita, e noi spettatori non possiamo far altro che guardare commossi il confine tra realtà e finzione assottigliarsi sempre più. Ha senso parlare di confine tra arte e vita, in casi come questo? Certamente è vero che l’arte, come diceva Eugenio Montale, è pur sempre «la forma di vita di chi veramente non vive», ma è altrettanto vero che senza vita l’arte non saprebbe chi imitare.


E forse i più grandi artisti, mi viene da pensare, sono quelli che colgono dei pezzi d’esistenza e li rendono arte, senza farcene accorgere. 

Proprio come ha fatto Tracey Emin col suo letto.


a cura di Valeria Ascolese


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