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Tempesta del Pensiero: Sognare quanto basta per...

Aggiornamento: 26 nov 2023

Ciao a tutt* :)

Questo è il diciassettesimo articolo della rubrica “Tempesta del Pensiero”, all’interno del blog Momenti DiVersi.


Dopo una lunga assenza protrattasi per più di un mese, ho finalmente trovato un argomento che mi ha ispirata a scrivere una nuova riflessione. Non è facile trovare tematiche innovative di cui parlare; oppure, se già largamente note, non è semplice esporle in maniera alternativa, citando fonti attendibili, creando collegamenti tra le varie affermazioni seguendo un criterio logico, evitando di sparare cavolate, condividendo tali informazioni attraverso scritti che siano interessanti, tanto da far valere la pena di essere letti.


Perché oggi il tempo è sempre più scarso, le giornate sono sempre più corte, e le cose da fare aumentano sempre più, tanto da indurci, spesso e volentieri, a sacrificare le ore di sonno per “rimanere in pari con gli impegni da portare a compimento”.

In questo mese sono stata abbastanza pigra: più che nelle azioni in cui fosse coinvolto il fisico; sono stata pigra a livello mentale, perché è passato molto tempo prima che mi venisse in mente un argomento da trattare, per poi organizzare la stesura dell'articolo. Alla fine, ho acconsentito a lasciar parlare al posto mio la stanchezza e la spossatezza derivate dalle poche ore di sonno concessemi dal ritmo frenetico del quotidiano; (e comunque, anche se avessi più tempo a disposizione per dormire, non potrei riposare in maniera ristoratrice, a causa delle miriadi di pensieri che mi frullano in testa come

vortici). Analizzando questa sensazione di torpore frastornante, che mi chiede di riposare ma che allo stesso tempo non me lo permette, ho pensato ad un’opera di Francisco Goya, realizzata attraverso la tecnica dell’acquaforte e acquatinta, ossia “Il sonno della ragione genera mostri”. Come tante altre meravigliose creazioni artistiche, anche questa mi affascina, perché quest'immagine incredibilmente evocativa riesce a descrivere in maniera semplice ed a trasmettere efficacemente un concetto ben definito che può essere interpretato in tanti modi, suscitando così molte emozioni e riflessioni.


Attraverso la rappresentazione di un uomo colto nell’atto di dormire, Goya ci dice che, quando la ragione si addormenta, siamo liberi dalle limitazioni proprie degli oggetti, delle persone, dei luoghi, delle azioni concreti e reali con cui dobbiamo avere a che fare nel quotidiano, e così la nostra mente genera dei mostri. Con questa asserzione, non voglio dire che quando le persone sognano, generano solo incubi o idee malsane; tuttavia, questa immagine evoca in me la sensazione di sfinitezza che una persona può provare quando non resiste; e invece di addormentarsi sul proprio giaciglio, sotto le calde coperte d’inverno o sopra le fresche lenzuola d’estate; crolla sul proprio tavolo da lavoro. Sembra che la persona ritratta si arrenda non ad un sonno ristoratore dei sensi, che ricarica le membra e l’anima di forza e vitalità; bensì pare che si lasci sopraffare dalla fatica accumulata nel tempo, la quale allontana il sonno e la sua pace, lasciando spazio a quell'estenuante rimuginare che logora la psiche, e di riflesso anche il fisico.


Goya stesso spiega, attraverso quest’opera, che “la fantasia abbandonata dalla ragione genera mostri impossibili: unita a lei è madre delle arti e origine delle meraviglie”.

L’essere umano è estremamente complesso, perché è costituito da cellule organizzate che portano avanti reazioni biochimiche essenziali per la sopravvivenza, procedendo nel loro operato in totale autonomia, senza che la volontà umana interferisca, lavorando in perfetta armonia; a meno che non vengano alterate da agenti esterni presenti nell’ambiente, a cui l’essere umano è esposto in maniera più o meno consapevole; ma anche da agenti “interni”, nel senso che sono propri dell’essere umano stesso. Infatti, oltre alla materia organica, l’essere umano presenta, senza addentrarci in discussioni filosofiche o religiose, un qualcosa che trascende il materiale, e si può chiamare “anima” o “spirito” o come si preferisce, il quale spesso interferisce con quelli che sono le funzioni e i tempi fisiologici propri delle cellule concrete.


Quest’altra componente dell’essere umano presenta tante sfaccettature, ciascuna delle quali risponde a stimoli e bisogni diversi: dunque, l’equilibrio e la salute psicofisici dell’essere umano dipendono dalla sua capacità di saper conciliare l'illimitata potenza di questa essenza immateriale con quelle ben determinate performance che l’organismo può effettivamente permettersi di realizzare. E sono proprio queste limitazioni che rendono umano l’essere umano, poiché si sa che può fare grandi cose,

ma non l’impossibile. Spesso, l’insoddisfazione generata dal non riuscire a fare nei tempi prestabiliti e nella maniera ritenuta più congeniale la mole di progetti auspicati fa sorgere un turbolento desiderio di porre rimedio alle mancanze e imperfezioni della routine attraverso uno sforzo sovrumano, che tuttavia, essendo al di là della portata dei comuni mortali, induce una deplezione troppo repentina delle energie, lasciando la persona quasi o completamente vuota di quella vitalità che anima la psiche, indispensabile per partorire idee e progetti, per la cui realizzazione, tuttavia, il fisico deve possederne altrettanta.


Questa spossatezza, radicata in profondità, consuma le energie vitali, e induce uno stato di scoramento e apatia tale da farci perdere interesse nella routine quotidiana, che ripropone costantemente le solite attività, le quali finiscono per apparire meccaniche e noiose, tanto da risultare ammorbanti; alternate ogni tanto dall’imbattersi in ostacoli imprevisti, i quali inducono le persone a rimpiangere la monotonia che altrimenti susciterebbe fastidio e frustrazione.


Per semplicità, possiamo considerare che l’essenza immateriale che compone l’essere umano, insieme alle unità morfo-funzionali rappresentate dalle cellule, sia divisa in

“ragione” e “fantasia”.

Se alle cellule organiche spetta il compito di garantire la sopravvivenza basale dell’essere umano dettando i tempi dei bisogni fisiologici quali restare svegli e riposare, soddisfare la fame e la sete fino a quando si è sazi; “fantasia” si occupa di sfamare e dissetare quella parte di noi che guarda lontano riuscendo a vedere al di là del significato materiale delle cose, concedendoci di liberarci dalle regole sia sociali che biologiche grazie alla capacità di immaginare e sognare. In tutto questo, “ragione” cerca di trovare dei compromessi, lasciando che le cellule organiche portino avanti i propri processi e funzioni fisiologici, evitando intromissioni inappropriate da parte di “fantasia”, così da non indurre stress inutili all'organismo, senza soffocare completamente quest'ultima, altresì necessaria per raggiungere lo stato di benessere.


Invece, a causa di tutte quelle complicazioni che caratterizzano la vita di ognuno, questa collaborazione non riesce ad instaurarsi; e quando tutte le cellule del corpo sono stanche, "fantasia" soffoca “ragione” che ci indurrebbe a rallentare il passo. Contro di essa, "fantasia" innesca un sentimento di ostilità perché la considera come agente limitante, capace di proteggerci da quella dolce illusione di essere liberi di fare

quello che si vuole, sfidando se stessi. Dal conflitto tra “ragione” e “fantasia” nasce un conflitto con il sé, che porta irrimediabilmente a diventare prede del caos, il quale, per essere riordinato, richiede tanta forza e tanto tempo, e non sempre questi sono sufficienti per ripristinare la condizione di normalità e quindi di benessere.


In una prima fase, poiché si è costretti, durante il giorno, a focalizzare l’attenzione sulle varie occupazioni del quotidiano, le quali, anche se sembrano banali come andare a fare la spesa o pulire casa, richiedono molto tempo ed energie, soltanto nelle ore serali si può uscire da questo tran-tran frenetico (poi magari c’è chi vive la notte esercitando attività più o meno lecite, ma non è questo il tema che voglio trattare al

momento). Quindi, dopo una giornata movimentata, sarebbe necessario stendersi a letto e riposare. Il problema è che, sebbene il corpo sia fermo, con la mente scopriamo di essere aggrovigliati ed impantanati più che mai nelle questioni lavorative, familiari e sociali che ci siamo illusi di aver lasciato alle spalle una volta chiusa la porta della camera da letto. Così iniziamo a pensare e a pensare che avremmo voluto rispondere in un certo modo a chi ci ha provocato, che avremmo voluto agire diversamente perché credevamo di ottenere un certo risultato da una determinata azione, e non quello realmente verificatosi, che "non è abbastanza"… e poi, immaginiamo un futuro in cui, una volta realizzatesi le proprie ambizioni, si riuscirà a liberarsi delle ansie e angosce che ci fanno stare male,

riscattando tutte le insoddisfazioni e le frustrazioni provate, raggiungendo finalmente gli obiettivi desiderati per la mancanza dei quali, nel presente, si sta soffrendo. Tutte queste visioni sono frutto del laborioso impegno di “fantasia”, che approfitta della stanchezza del corpo, ignorando i messaggi che questo veicola attraverso “ragione”, per sfamare quella parte di noi che è fatta di sogni, i quali rappresentano una via di fuga dagli aspetti negativi che ci impediscono di essere felici e sereni durante le ore di veglia.


Nel lungo tempo, questo toglie energia al nostro corpo e alla nostra mente, i quali si arrendono alla dolce tentazione di accantonare, anche durante la veglia, la noiosa routine facendo spazio a queste fulgide visioni che offrono un'illusoria prospettiva di libertà, la quale è negata costantemente da quelli che sono i veri e propri vincoli con noi stessi, a prescindere dagli impegni lavorativi o sociali, ossia il rispetto verso la

propria salute. Rintanarsi in queste fantasticherie ad occhi aperti induce un conforto momentaneo; tuttavia, se fomentate sempre di più, perderanno ogni contatto con la realtà, rischiando di diventare impossibili da concretizzare. Se ciò dovesse accadere, la frustrazione e l’insofferenza provati nei confronti di sé e del mondo che ci circonda aumenterà a tal punto da risultare devastante: quindi sarà impossibile convivere con esse, figuriamoci superarle, tanto da necessitare maggiormente di evadere dal mondo concreto, impantanandosi sempre più in quei sogni che vorremmo diventassero reali, ma che per loro natura, non potranno mai esserlo.


Così diventiamo tanti Emilio Brentani, protagonista del romanzo “Senilità” di Italo Svevo, il quale non vive, perché ha paura di vivere, e immagina di essere un uomo diverso da sé, sospeso in uno stato di inettitudine che gli impedisce di accettarsi per quello che realmente è, e contemporaneamente di affrontare a viso aperto le proprie mancanze e cercare di migliorarsi; illudendosi che chi gravita attorno a sé presenti le caratteristiche romantiche a lui più care; costretto, alla fine, a dover chiamare le cose con i propri nomi, impossibilitato a continuare ad addolcire la tremenda verità dei

fatti attraverso il filtro dei sui sogni di gloria. Oppure diventeremo tanti Giovanni Drogo, protagonista del romanzo “Il Deserto dei Tartari” di Dino Buzzati, il quale rinuncia alla vita in nome di un sogno che non si realizzerà mai, sacrificando eventuali gioie reali in nome del dolore certo che origina dall’aver perseverato a correre dietro un ideale che prosciuga le sue energie vitali e la sua forza d’animo. Alla fine, Giovanni Drogo si renderà conto di aver vissuto un sogno, il quale lo ha illuso di essere utile per dare significato alla propria esistenza altrimenti squallida, ma che in realtà lo ha privato del senso stesso della vita.

Potrebbero essere citati tanti altri esempi, come Madame Bovary, la quale lascia che le sue fantasie romantiche di avventure amorose e libertà economica la coinvolgano a tal punto da non riuscire più a vivere una vita dove queste non siano presenti, in quanto aveva sostituito alla realtà la propria immaginazione.


Questi sono casi estremi, che pagano caramente le conseguenze delle loro non-esistenze; perché effettivamente, come insegna lo stesso professor Silente: “non serve a niente rifugiarsi nei sogni e dimenticarsi di vivere”. È vero: non si deve sostituire la realtà con l’immaginazione; tuttavia, non si possono nemmeno bandire i sogni, perché sono le ambizioni che ci consentono di credere in noi stessi e nelle nostre capacità di realizzare i progetti futuri che, prima di concretizzarsi, sono effettivamente mere idee astratte.


Come asserito precedentemente, solo un consapevole e cosciente ascolto di se stessi consente di trovare, attraverso una logica ragionevole, quei compromessi che permettono di realizzare le proprie ambizioni nel rispetto del proprio organismo, evitando che questo venga esposto a sollecitazioni troppo faticose da sopportare. Purtroppo, tale rispetto implica anche il fatto di doversi riposare (che non deve essere inteso come sinonimo di "essere vagabondi e non avere voglia di fare niente").

Il giusto riposo è necessario, e non perché lo impongono quei guru che scrivono tutti quei manuali pieni di consigli per “vivere meglio”, che spesso e volentieri sono insulti all’intelligenza dei lettori, i quali si sentono in colpa perché, nonostante il loro darsi da fare per portare avanti i propri impegni seguendo allo stesso tempo un sano stile di vita, commettono vari errori, proprio perché nessuno è perfetto, e se si deve seguire il ritmo frenetico del quotidiano non si riposa, e se si riposa si perdono tutti i treni e si rimane indietro, impantanati nel groviglio di compiti non portati a termine prima che ne sopraggiungano di nuovi.

Purtroppo, a costo di apparire cinica, devo ammettere che la società non aiuta ad essere felici e sereni, permettendo di ottenere ciò che si vuole senza sacrificare qualcosa, che spesso è la salute, facendoci diventare degli appestati, sia perché si viene colpiti da malattie croniche autoimmuni che deteriorano il fisico, sia perché possono insorgere malattie mentali che, sebbene non si vedano, sono altresì

debilitanti. Quindi, in sintesi, avere dei progetti da realizzare è necessario per dare un senso alle attività di ogni giorno, in quanto sognare, fantasticare, sfogare la creatività sono attività lecite, che arricchiscono quella che altrimenti sarebbe un’esistenza grigia ed insipida.

Tuttavia, i sogni sono utili solo se sono fonte di ispirazione funzionali per la vita, nel senso che devono spronare a continuare un cammino, oppure a cambiare rotta oppure a combattere per qualcosa o a lasciarsi un qualcosa alle spalle, migliorando l'esistenza attraverso la loro concretizzazione.

Altrimenti, se queste aspirazioni fossero irrealizzabili, e per correre dietro ad esse si smettesse di mangiare o dormire o lavorare perché non si è in grado di conciliare i propri desideri con le possibilità offerte dalla realtà in cui si vive, si creerebbe un divario talmente vasto tra concreto e astratto, tanto da non riuscire più a capire dove finisce la schiavitù del reale e dove inizia la schiavitù dell’immaginario.

Fermiamoci ogni tanto, non ad oziare o a perdere tempo, bensì a prendere un libro in mano, e anche senza leggerlo, osserviamone la rilegatura, annusiamone e tocchiamone le pagine; oppure guardiamo anche solo qualche minuto di un film; oppure ascoltiamo una canzone che ci piace o usciamo e facciamo una passeggiata, senza essere obbligati da qualcun altro o da noi stessi.


In questo modo ci ricorderemo che sognare una vita diversa da quella che si sta vivendo permette di superare i momenti più bui, ma che i sogni non devono oscurare le occasioni positive che possono svilupparsi accidentalmente, il cui valore non potrebbe essere apprezzato se non ne facessimo esperienza in caso la nostra attenzione fosse distolta da altro.


Stiamo attenti: impariamo a convivere con il reale e con l’immaginario, anche se non è facile, perché nessuno mai potrà insegnare qual è il modo corretto di vivere un’esistenza serena e giusta, poiché troppe sono le forze impegnate volontariamente ad ostacolare il perseguimento della pace, sia individuale, sia globale.


Con questo vi saluto, sperando che l’articolo risulti di vostro gradimento, impreziosito da illustrazioni suggestive scelte con cura, tra le quali la penultima raffigura un dipinto realizzato da me.


Alla prossima!


Maria Romanelli

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