Barbara Palombelli ha ragione: chiediamoci da dove vengano i femminicidi


Cara signora Barbara Palombelli,

lei ha ragione.

Ha ragione, sì, perché in un tribunale o in qualsiasi posto nel quale si tenti di alzare un minimo il livello di conversazione è giusto considerare che tra il bianco e il nero ci sono infinità di sfumature, che nessuna verità si regge su uno degli estremi e che ogni cosa, ogni aspetto va analizzato in virtù di ciò.

Quindi, signora Palombelli, ha ragione; analizziamo il femminicidio.

Analizziamolo come ci suggerisce l’etimologia del termine: smontiamolo, rintracciamo le sue sfumature, prendiamole in considerazione pezzo dopo pezzo. Cerchiamo di capire quali siano le cause di un fenomeno così orrendo, un’epidemia criminale che nei sette giorni precedenti alle sue affermazioni ha ucciso sette donne. Cosa ha fatto scattare l’ira di questi uomini violenti che, accecati, hanno scagliato un colpo mortale all’amata moglie, sorella, o perfino semplice donna desiderata?


Mi permetta, signora Palombelli, ma io andrei ancora più a fondo. Prima di chiedermi le cause di uno scatto d’ira, mi interrogherei: ma siamo sicuri che sia stato davvero “uno scatto”?

Perché se così fosse, allora, dovremmo dar per buono che nessuna di quelle donne potesse essere salvata e che tutti quegli uomini necessitassero di una perizia psichiatrica particolarmente accurata. Sa, non tutti gli scatti d’ira, nemmeno quelli causati dai comportamenti più esasperanti, culminano in un omicidio. Quand’anche fosse, non sarebbe del tutto normale. Mi creda.

E mi creda anche se le dico, a questo proposito, che non sono sicura che il femminicidio sia un raptus.

Il femminicidio è un crimine premeditato dall’umanità di cui abbiamo tutti i segnali quotidianamente. Prima ancora dello schiaffo, della singola minaccia o dell’ossessiva gelosia: il femminicidio è nelle nostre strade, nelle nostre case, perfino nelle nostre teste.

È ogni volta che regaliamo ad una bambina un set di trucchi così che possa “essere la più bella”, le diciamo di non sudare e non sporcarsi mentre per il maschio non fa differenza.

È l’amica che dà della troia a quella ragazza che vive liberamente la sua vita sessuale.

Il femminicidio è nella vita sessuale; è ogni qualvolta un ragazzo non si cura del piacere della compagna, ogni volta che la usa per sé e sé soltanto. È nelle foto di tette senza volto inviate nel gruppo del calcetto con il pretesto della goliardia.

È nel non chiedersi da dove venga, quel paio di tette, e magari scoprire che quel volto tagliato ed insignificante era quello di una ex fidanzata che no, non voleva che quel gruppo di uomini vedesse il suo seno.

È nel catcalling e in chi non lo prende sul serio, chi crede che siano “due fischi” senza ammettere che è, ancora una volta, il sintomo evidente della prevaricazione maschile sui corpi delle donne, mutilati della propria identità, ridotti ad un oggetto piegato ad un immaginario cospetto, destinati alla subordinazione in un mondo che prova a tagliare i rami degli alberi mentre annaffia le radici ed ancora si stupisce se le foglie, alla fine, crescono.

Ed è nel colpevolizzare una donna che ha subito una molestia, un abuso, uno stupro. È nel dire che il suo comportamento è stato esasperante.

È nel dare ancora una volta la colpa alle donne per non dover mai smettere di lottare una battaglia che non hanno mai scelto; e lei, signora Palombelli, anche forse con le migliori intenzioni possibili, ha liberato migliaia di italiani dal peso di essere maschilisti, comodi nel sistema patriarcale che opprime, in modi diversi, anche loro. Ha ricevuto l’approvazione di quelli che urlano alla violenza sugli uomini solo l’8 marzo e il 25 novembre, e solo per sminuire le occasioni; di quelli che una volta hanno molestato una ragazza e adesso urlano “ma non sapevo fosse una molestia!”, o ancora “se così fosse, allora tutte le ragazze ne avrebbero subito in vita loro e non è possibile”.

Ha scatenato i difensori della patria contro la dittatura del politically correct, i frustrati da tastiera che hanno paura delle donne indipendenti, i padri padroni che sperano ancora di gerarchizzare la società a mo’ di anni ‘50. E per un’altra volta, ha ucciso quelle sette donne in sette giorni.

Ha deciso di non dar loro pace.

Ha deciso di continuare la scia di sangue.


Ha chiesto lei da dove venissero i femminicidi, non trova?

Ironicamente, ha dato a noi tutti perfino la risposta.

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