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Sanscrito, antichistica e Oppenheimer

Ora sono diventato Morte, il distruttore di mondi”.


Poco prima di entrare in sala per vedere Oppenheimer ho visto il celebre filmato originale del 1965 in cui il dottore commentava le reazioni al primo test atomico del suo team. Il video era allegato ad uno studio di Luca Bevilacqua sulla citazione che il fisico aveva riportato in quell’occasione, traducendola dal sanscrito del Maha-bharata (lo studio è riassunto splendidamente in questo post Facebook che ho trovato molto chiaro e dal quale ho preso notevoli spunti); per cui, come fecero notare alcuni studiosi di sanscrito già negli anni ‘60, la traduzione non era corretta.


Il Bhagavad Gita, da cui è tratta la celebre citazione.

Vishnu non dice “io sono la Morte”: dice “io sono ‘kalo’”. Nello specifico, nella versione che ho io in casa del Maha-bharata, una traduzione del 2022, il passo è riportato in questo modo:


"Io sono il Tempo in cui i mondi

verranno distrutti e consumati,

e sono qui giunto

per distruggere le genti.

Anche senza la tua

partecipazione,

tutti questi soldati moriranno".


Così il dio parla a un guerriero.


Kālo, in sanscrito, è tradotto come “Tempo”. Per Monier-Williams la radice è kal-, una radice verbale dal significato di “calcolare”.

Kālo può significare Morte: ma è la Morte scritta dal destino, non dalla distruzione. Non è un’esplosione, è la morte che viene maturata nel momento stabilito dal Fato.

Subito ho pensato alla parola greca che nel significato più vi somiglia, μοίρα: ossia Tempo, Destino, Morte e tutto questo contemporaneamente. Moire erano anche le tre dee sorveglianti del tessuto vitale, che nel momento stabilito recidevano il filo. Non tyche, parola greca che pure significa “destino”, inteso però come casualità; ma un destino già deciso e verso il quale non c’è nulla da fare: appunto, come la Morte.


Le Moire, meglio conosciute con il nome latino di “Parche.”

Non c’è motivo di credere che Oppenheimer non conoscesse questa sfumatura di significato. E l’ho capito solo quando poi ho visto il film.

 

Ci sono eventi storici che ho sempre visto con una certa discrezione. Prima di iniziare i miei studi, appartenevo con fermezza alla schiera di persone condizionate da una certa storiografia a credere che certe cose nascano all’improvviso soppiantando ciò che c’era prima. L'Impero Romano, la caduta di Atene, la nascita del Medioevo e perfino lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale: tutte cose che nascevano e morivano nello scriversi di una data che, superata, già parlava di un'altra storia.

Quando ho iniziato a studiare seriamente l’antichistica e ho imparato le mie parole storiche preferite - “processo di lunga durata” -, mi sono resa conto che l’Impero Romano non era nato da un colpo di Stato né tantomeno era nato nel 31 a. C., che Atene aveva iniziato a cadere almeno un secolo prima del 404 a.C. e che ha continuato a cadere per molti secoli ancora; e che la Storia non ha tappe ma processi, spesso processi inevitabili che partono da dettagli, deviazioni, o dalla natura stessa delle cose.


La battaglia di Azio, “atto di nascita” dell’Impero Romano.

Eppure, ancora, cado nello stesso errore di trarre giudizi storici non richiesti e non dovuti ogni qualvolta mi accosto a un periodo di cui non so niente. Io, pacifista, attivista per il disarmo universale, non posso che essere contraria alla realizzazione di armi atomiche. Lo sono ancora, che sia chiaro: ma come posso essere contraria alla Storia?


Nei primi anni ‘40 nessuno aveva visto quelle foto che inondano i miei libri e i miei social. Nessuno sapeva che la fisica, ergo la natura, aveva in sé un potere di distruzione di massa più forte di qualsiasi ingegno umano; ma questo segreto della natura è sempre stato lì, pronto a essere svelato. Nessun disarmo universale potrà mai fermare il fatto che costruire una bomba atomica è possibile; e se Einstein e dopo di lui l'intero progetto Manhattan non fossero mai nati, ci sarebbero stati altri scienziati ad accorgersene. Prima o poi, la natura avrebbe rivelato quell’arcano terribile e a quel punto, in un modo o nell’altro, l’umanità non sarebbe più stata la stessa. Se Oppenheimer o Ottaviano Augusto fossero stati umili venditori di scarpe e oggi non conoscessimo i loro nomi, ne ricorderemmo comunque altri. La storia, anche nelle sue sfaccettature più terribili e controverse, non è mai il frutto della decisione di un solo uomo.


E, credo, Oppenheimer lo sapeva. Sapeva che essere diventato “kālo” significava essere diventato l’incarnazione del Destino terribile cui il mondo era già avviato a partire del primo uomo della storia dell’umanità che si dedicò alla fisica; solo che non poteva saperlo. Era prendersi la responsabilità di recidere il filo che comunque, prima o poi, sarebbe stato tagliato.

E dunque, questo film non è la biografia di un fisico brillante: questo film è una storiografia del futuro. Avevo paura che il punto fosse lo struggimento di un uomo per la Morte che aveva portato con le sue scoperte: ma credo che il focus principale sia stato più che uno struggimento, la consapevolezza che ora quel processo di Morte era ed è diventato inarrestabile. Oppenheimer non si pente, ma prende coscienza. Non è un martire né un santo, e lui stesso sa che le sue mani sono sporche di sangue tanto per il passato che per il futuro.



Non posso dire che mi è simpatico, e non posso dirlo di nessun personaggio storico - nel senso che, davvero, non posso.

Kālo significa Tempo, Destino, Morte. E con Oppenheimer tutte queste cose, per la prima volta nella storia, significano anche Distruzione.

Eppure, la cosa peggiore è che il passo non finisce così.


“Anche senza la tua

partecipazione,

tutti questi soldati moriranno.”



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