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Spiegalo a un bambino



"Se non sai come esprimere un concetto, fa’ finta di spiegarlo a un bambino".

Da giorni provavo a buttare su carta idee sensate su tutto ciò che sta succedendo, era come se sentissi un freno. Così, ho pensato di immaginare, di fronte a me, un bambino, a cui tradurre i miei pensieri in parole. Allora mi è sorta spontanea una domanda: come si fa a spiegare a un bambino la guerra? Non perché il bambino sia troppo piccolo e non capirebbe, ma perché il bambino è troppo intelligente per comprendere l’idiozia di chi decide di giocare con la vita di milioni di persone. Milioni di PERSONE. Di questo parliamo. Non di numeri. Non di statistiche. Non di bilanci sulle presunte morti e quelle effettive. Parliamo di persone. Uomini, donne, bambini, adulti, anziani.

Lo ripeto se non sono stata abbastanza chiara: parliamo di persone, che muoiono, che subiscono violenze atroci, e l’unica loro colpa è quella di essere nati nel posto sbagliato nell’epoca sbagliata. Chissà, forse se fossero nati tra 1000 anni avrebbero vissuto in un mondo migliore, un mondo dove non si conoscono la guerra, la violenza, la sopraffazione.

Ce lo immaginiamo sempre migliore il futuro, no? Così se lo immaginavano i “nativi rivoluzionari”, mi piace chiamarli così quelli nati negli anni ’70, gli anni delle rivoluzioni sociali. Pensavano che la rivendicazione dei nostri diritti ci avrebbe portato a vivere meglio. E guardate dove siamo oggi. Stiamo andando indietro. Ci stiamo bruciando i cervelli. Nemmeno gli animali sono così indifferenti ai loro simili.

provocare la morte di milioni di innocenti. Ottant’anni fa però non c’erano gli stessi strumenti che abbiamo a disposizione oggi. E molti giovani questo lo sanno. E molti

Ottant’anni fa abbiamo dimostrato quanto il silenzio e l’indifferenza potessero

provocare la morte di milioni di innocenti. Ottant’anni fa però non c’erano gli stessi strumenti che abbiamo a disposizione oggi. E molti giovani questo lo sanno. E molti giovani stanno scendendo in piazza per questo. E stanno prendendo bastonate. E stanno tornando a casa con la testa fasciata, con le ossa rotte. Perché ci sono giovani che non vogliono essere ricordati dalla storia come i nullafacenti, come gli zombie che agitavano in maniera convulsa braccia e gambe, al ritmo del tormentone del momento, “illuminati” non dal lume della ragione o da qualche forza divina, ma dalla luce di un freddo schermo.

Noi la storia la stiamo facendo, nel bene e nel male. La facciamo ogni giorno, anche

se non ce ne rendiamo conto. Il tempo scorre, i grandi prendono le decisioni, e noi civili siamo come tanti bambini che devono sottostare a ciò che i genitori decidono per loro. E invece no. I bambini prima o poi devono ribellarsi, se le scelte dei genitori sono scelte egoistiche, atte a ricevere un tornaconto personale.



I bambini devono ribellarsi se c’è un genitore che sta giocando con un palloncino

enorme chiamato mondo, anche perché i palloncini sono di tutti, ma soprattutto dei bambini. Però i bambini devono ribellarsi nella maniera giusta. In questi giorni siamo bombardati da video di manifestazioni pro-Palestina. È giusto farsi sentire, ma è giusto agire con coscienza e con cognizione di causa. I vandali non sono e non devono essere ammessi in queste circostanze, altrimenti la buona causa per cui si combatte perde di credibilità nel giro di un secondo, e i giovani ritornano a essere considerati i pagliacci che non hanno altro da fare se non urlare per strada senza sapere nulla di come va il mondo.

Usiamola questa voce, ma prima di tutto rendiamoci veramente conto di ciò che ci sta

succedendo attorno, abbiamo il coraggio di aprire le nostre menti, di guardare le cose da diverse prospettive. La verità non è mai una sola. Ricordiamoci che a morire sono CIVILI, non israeliani o palestinesi. Pur allontanando gli schieramenti, ci sono alcune realtà oggettive sulle quali è impossibile sorvolare; e cioè che quella che ci ritroviamo di fronte non è semplicemente una guerra, ma è un genocidio. Abbiamo visto tutti le scene di uomini nudi tirati per le strade, umiliati e fucilati, di rifugi per i civili e ospedali bombardati, medici ammanettati costretti ad abbandonare i propri pazienti, e quello che fa più rabbia è lo schieramento diretto volto a fare silenzio su ciò che sta succedendo. Condannare questo genocidio non significa diffondere odio verso i civili israeliani o verso gli ebrei, così come condannare le mosse militari di Putin non è mai significato condannare il popolo russo. Non è alimentando l'odio verso Israele che si otterrebbe una giustizia riparativa. Si seminerebbe solo odio ulteriore, e odiare facendo di tutta l’erba un fascio non serve. 

Dopo questi recenti e continui conflitti, sotto gli occhi di tutti -- la guerra in Ucraina, la questione israelo-palestinese -- l'odio è già destinato a fiorire da solo. Noi abbiamo il dover civile di stare accanto alle popolazioni che stanno soffrendo, serve combattere per l'inumanità della violenza seminando gesti, scelte e parole concrete e quotidiane di tolleranza e di rispetto verso tutti, soprattutto verso chi è davvero il più debole. Certi drammi della Storia non avranno mai una sorta di vera 'riparazione', sono dinamiche molto complesse che vanno avanti da troppo tempo.

Però non tutto è perduto. A mio avviso è importante, come ho già detto, in primis stare accanto a chi sta soffrendo inutilmente, a chi soffre senza significato, a chi è morto senza colpa, e poi ricordarci di ciò che è già successo in passato.

Non voglio paragonare questo periodo storico con altri a noi precedenti, ma

ricordiamoci che la storia, seppur in modi diversi, si ripete. Ricordiamoci più spesso che le strade che percorriamo, le colline che guardiamo dal finestrino del treno o dell'auto sono macchiate del sangue di tanti ragazzi come noi che hanno combattuto per regalarci ciò che a noi viene concesso fin dal nostro primo respiro, la libertà.

Libertà. Uguaglianza. Fratellanza. Tre parole, semplici ma pesanti, urlate durante la Rivoluzione Francese, che hanno scosso le coscienze di migliaia di persone. Sono i tre principi che hanno mosso tanti giovani italiani verso la rivendicazione della propria identità, tra cui Goffredo Mameli. Loro hanno seminato il germe della repubblica democratica, della res publica, in cui il demos, il popolo, ha il pieno potere. E potere è libertà. Ma bisogna saperne fare uso, altrimenti si rischia di cadere nell’eccesso, e l’eccesso non porta mai a nulla di buono.

Quante volte ce l'hanno detto: “La libertà è preziosa, è difficile da guadagnare e facilissima da perdere”? Ce l’hanno detto a scuola, ce l’hanno detto i nostri nonni, ce l’ha detto chi è più grande di noi e sa cosa vuol dire non avere libertà di scelta, o comunque essere costretti a scegliere ciò che non si condivide pur di non morire, o peggio, pur non fare del male ai propri cari. E proprio adesso mi sto rendendo conto di quanto queste parole siano vere.

Forse dobbiamo rischiare di toccare il fondo per capire determinate cose. Speriamo di avere abbastanza fiato per tornare in superficie e non annegare nel nostro stesso sangue.



Fatece largo che … passa domani,

che adesso non si può

oggi non apro , perché sciopererò

e andremo in strada co' tutti gli striscioni

a fare come sempre la figura dei fregnoni

a me de questo sai , non me ne importa niente

io oggi canto in mezzo all’altra gente

perché ce credo o forse per decenza

che partecipazione certo è libertà

ma è pure resistenza


e senza scudi per proteggermi

né armi per difendermi

né caschi per nascondermi

né santi a cui rivolgermi

ho solo questa lingua in bocca

e se mi tagli pure questa

io non mi fermo, scusa,

canto pure a bocca chiusa


guarda quanta gente c'è a bocca chiusa


Articolo a cura di Adriana Cinardo

con la collaborazione della redazione di MomentiDiVersi

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